Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 07: Incantesimi e sortilegi.


Titolo originale: The Enchanted World 07: Spells and Bindings. 1986
Traduzione e adattamento di: Laura Minnai.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: La Bella Addormentata, il Pifferaio Magico e tutte le storie pi belle tratte dalle tradizioni popolari. Una raccolta di racconti che evocano la nostra infanzia restituendoci, in et adulta, la vera dimensione di quella che credevamo una fiaba. 
...
Il Curatore.
.
Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
...
.
...
Indice.
.
Capitolo Uno.
Un potere ambiguo.
Antiche Metamorfosi.
.
Capitolo Due.
Trame di Incantesimi.
Un Magico Sonno.
.
Capitolo Tre.
Liberati dalle Spire Magiche.
Un Amore Ostacolato.
.
Fine Indice.
...
.
...
Capitolo Uno.
.
UN POTERE AMBIGUO.
.
Nessuno poteva immaginare quale struggente passione avrebbe acceso gli animi della bionda Isotta, principessa d'Irlanda, e del valoroso Tristano, cavaliere di Cornovaglia. Il loro primo incontro avvenne in un momento di grande lutto per il regno irlandese, e causa di questo lutto era proprio Tristano.
Era l'epoca in cui sulle terre del nord governava re Art e la vita degli uomini restava preda di misteriose forze magiche che avviluppavano il mondo. E proprio la magia stava preparando per Isotta e Tristano un triste destino.
Tristano era figlio del re di Leonois, un piccolo feudo delle terre di re Art, che si estendeva a sud della Cornovaglia. La sua nascita, anzich essere salutata dalla gioia, procur un grande dolore a tutta la sua famiglia, poich caus l'improvvisa morte della madre.
Fu proprio la regina che, prima di esalare l'ultimo respiro, quasi consapevole del crudele destino riservato al figlio, scelse per lui il nome Tristano, che significava creatura senza felicit.
L'infanzia e l'adolescenza del principe trascorsero tuttavia alquanto serene: il ragazzo ebbe un'educazione adatta al suo rango e, quando fu abbastanza grande, venne mandato in Francia. Qui apprese la lingua dei cortigiani e l'arte della guerra.
impar a suonare l'arpa e a cacciare con grande abilit.
All'et di diciotto anni, ormai adulto e forte, Tristano decise di recarsi in Cornovaglia presso l'inaccessibile fortezza di Tintagel, che sorgeva su uno scoglio roccioso al largo della costa, protetta dal mare ed esposta alla furia dei venti.
Qui si trovava la corte di re Marco, suo zio. Il giovane, ambizioso e in cerca di gloria, era venuto a conoscenza che il sovrano cercava un valoroso cavaliere per risolvere una controversia nata con il re d'Irlanda, Agwisance, cui doveva annualmente versare dei tributi. Qualche tempo prima, infatti, re Marco si era rifiutato di pagare la somma consueta e ci aveva provocato l'incontenibile ira del sovrano irlandese il quale, tramite suo cognato Moroldo, aveva imposto al re di Cornovaglia un ultimatum: pagare o sfidare lo stesso Moroldo a duello.
Re Marco si ostin a rifiutare il tributo e si rifugi nell'isola di Tintagel, in attesa che qualche suo valoroso suddito accettasse di sfidare Moroldo. Tuttavia, nessuno si fece avanti, finch un giorno non si present Tristano, chiedendo di portare a termine quella difficile impresa. Cos, un mattino di inizio primavera, dopo essere stato investito cavaliere dal sovrano, il giovane veleggi verso l'isola dove Moroldo era accampato in attesa del suo avversario.
Il possente guerriero irlandese lo aspettava con la lancia in posizione verticale e lo scudo al braccio; il suo viso non lasciava trasparire alcuna emozione. Con uno sguardo glaciale scrut i lenti e precisi movimenti degli uomini di Tristano che armavano l'inesperto cavaliere.
Giunse il momento dello scontro. I due uomini, dopo il consueto rituale delle armi, iniziarono la sfida e, con le lance puntate, si lanciarono al galoppo l'uno verso l'altro. L'impatto fu violento e fragoroso. In un attimo si ritrovarono a terra cavalli e cavalieri.
Tristano era ferito, ma malgrado il sangue che usciva copioso, riusc ad alzarsi e a sguainare la spada. Moroldo fece altrettanto.
I due cavalieri erano uno di fronte all'altro, vicinissimi, e si scrutavano dalle strette feritoie delle visiere che coprivano i loro volti. Poi cominciarono a ruotare intorno, lentamente, attendendo il momento adatto per colpire. Improvvisamente si scagliarono in un corpo a corpo violentissimo, incrociando le loro lance alla ricerca del cuore dell'avversario e con foga aumentavano i colpi mirando al torace ed emettendo suoni simili a grugniti.
Moroldo era pi esperto, ma Tristano pi veloce e pi giovane. A un tratto il cavaliere irlandese, stremato, inizi a barcollare, ma riusc a riacquistare vigore giusto in tempo per schivare il colpo mortale che stava per infliggergli l'avversario. Ricominci il corpo a corpo, ma oramai Moroldo aveva esaurito le sue forze; cominci ad ansimare e non riuscendo pi a reggersi sulle gambe, cadde a terra con un grido sordo. Allora, inesorabile, la lama di Tristano colp l'elmo del guerriero irlandese e gli trapass il cranio, facendo uscire sangue e frammenti di cervello. Il colpo fu talmente violento che la spada del vincitore si spezz e una scheggia rimase conficcata nella testa dello sventurato Moroldo.
La vittoria, tuttavia, non port buona sorte al cavaliere inglese. Infatti la lancia con cui Moroldo lo aveva colpito all'inizio del combattimento era avvelenata e la ferita che gli aveva provocato non riusciva a rimarginarsi in alcun modo.
Giorno dopo giorno il coraggioso cavaliere perdeva le sue forze e, quando il veleno fu completamente assorbito, la sua energia venne meno.
Senza indugi re Marco fece chiamare le maghe che conoscevano i poteri delle erbe, ma nessuna formula riusc a guarire il ragazzo. Dopo molti tentativi esse affermarono che l'antidoto alla malattia di Tristano si poteva trovare solo in Irlanda dove viveva Isotta, nipote di Moroldo nonch figlia del re Agwisance. Correva voce, infatti, che la fanciulla avesse il potere di guarire qualsiasi ferita, perch aveva ereditato questa dote da sua madre, che era una maga.
Seguendo tale consiglio, il re di Cornovaglia dispose subito che il giovane in fin di vita fosse accompagnato in Irlanda insieme al suo scudiero. Per raccomand loro di non rivelare mai la propria identit, poich sicuramente gli irlandesi non avrebbero accettato di curare Tristano e si sarebbero vendicati per la morte di Moroldo.
I due partirono a bordo di una grande nave e dopo alcune settimane, in una radiosa mattina di maggio, Tristano giaceva gi in una lettiga nel cortile della fortezza di re Agwisance: il suo corpo era magro, il viso pallidissimo. Isotta lo guard incuriosita, affacciandosi accanto al padre da una finestra della torre del suo castello. Non appena la vide, anche se ormai era debilitato e senza pi energie, Tristano trov la forza di sedersi. Poi prese l'arpa dalle mani
di uno scudiero e inizi a suonare una melodia talmente dolce da riuscire a meravigliare gli stessi irlandesi, famosi per la bellezza della loro musica.
Questo gesto fu cos galante e cortese che Re Agwisance volle accogliere lo straniero nel suo palazzo come ospite e, non come uno dei tanti poveri che
ogni giorno imploravano di essere guariti. Ricordando le raccomandazioni dello zio, Tristano disse di chiamarsi Tantris di Leonois e di essere stato ferito
in un durissimo duello per difendere l'onore di una splendida dama. 
Nelle settimane seguenti, Tristano e Isotta si videro molto spesso. I primi giorni, il giovane era troppo debole per lasciare la camera dove era stato
accolto, perci la principessa trascorreva accanto al suo
letto molte ore, medicandogli la ferita e assistendolo durante i febbricitanti deliri notturni.
Finalmente Tristano cominci a migliorare e il suo corpo riprese il fascino e il vigore di un tempo. Mentre re Agwisance e il suo popolo ancora piangevano la morte di Moroldo, Tristano era riuscito a conquistare i loro cuori e in particolare l'animo di Isotta, la quale era sempre pi ammaliata dalla delicata melodia che il giovane diffondeva per i corridoi di tutta la fortezza.
Un giorno, mentre nel giardino del castello il suo ospite stava narrando alcune sue avventure cavalleresche, la regina not che la lama della spada di Tristano era scheggiata e combaciava perfettamente con la scheggia estratta dalla testa di suo fratello Moroldo. La donna cap immediatamente l'inganno e corse dal consorte a denunciare Tristano e a chiedere che venisse ucciso.
Re Agwisance rimase profondamente colpito da quella notizia, ma decise ugualmente di non esaudire le richieste della moglie: riconobbe che il duello era stato onorevole e che Tristano era un giovane dall'animo nobile e fiero. Per salvargli la vita decise perci di allontanarlo dall'Irlanda. Isotta, vedendolo partire, pianse disperatamente. Poi, con un gesto, gli don un anello e lo nomin suo cavaliere.
Tornato in Cornovaglia completamente ristabilito e pieno di nuovo vigore, Tristano parl con grande ammirazione della bellezza di Isotta, ma riprese ben presto i divertimenti della vita di corte: partecip con entusiasmo alle cacce, si iscrisse ai tornei, cerc nuovi amori, combatt con successo per la moglie di un cavaliere della Cornovaglia di nome Seqwarides.
 Quest'ultima avventura, per, non piacque affatto al marito della dama, che si sent profondamente colpito nell'onore, ma non piacque nemmeno al re Marco, che nutriva una forte passione per la donna e vedeva nel nipote un temibile rivale. Cos i due uomini cercarono un modo per vendicarsi. Seqwarides sfid Tristano a duello, ma ne usc inesorabilmente sconfitto, ricevendo in cambio una ferita che lo costrinse a letto per mesi.
Re Marco, invece, che tutti in Cornovaglia chiamavano Re Volpe per la sua furbizia, non volle affrontare Tristano apertamente, poich pi di una volta aveva avuto prova del grande valore del nipote. Mise dunque in atto la sua vendetta agendo nell'ombra. Una notte, dopo aver indossato un'armatura, accompagnato da due fedeli cavalieri, tese un agguato al giovane che stava rientrando nella sua dimora. Per nulla intimorito, Tristano riusc a disarmare i tre uomini e, senza fermarsi neppure per togliere loro gli elmi, li lasci a terra storditi e prosegu indisturbato il suo cammino.
Dopo quell'umiliazione la rabbia di re Marco si tramut in odio. Nel frattempo la fama di Tristano era giunta sino a Camelot e all'orecchio dei cavalieri della Tavola Rotonda e del grande re Art. Da pi parti si vociferava infatti che il giovane cavaliere fosse, per coraggio e abilit, secondo solo a Lancillotto e che quindi l'uccisione di un siffatto eroe avrebbe portato soltanto disonore alla Cornovaglia.
Ancora una volta re Marco di Cornovaglia si impose la prudenza e, furbo com'era, ide un piano diabolico per liberarsi una volta per tutte del rivale. Un giorno lo fece chiamare e, con voce suadente, gli chiese: Valoroso nipote, concedimi un grande favore: voglio che tu torni in Irlanda e mi porti Isotta come sposa.
Tristano ebbe un attimo di esitazione: il compito che gli veniva affidato era alquanto difficile, poich re Agwisance sicuramente non avrebbe mai dato volentieri in moglie la giovane figlia al vecchio Marco, nemico da sempre del suo regno. Inoltre egli stesso non era ben visto in Irlanda, da quando lo avevano riconosciuto come l'assassino del prode Moroldo.
Tuttavia re Marco era suo zio, nonch colui che lo aveva nominato cavaliere, e questo onore richiedeva l'assoluta lealt nei confronti del sovrano. Cos, felice anche per l'inattesa occasione di un'avventura dopo tanta inattivit, Tristano decise di accettare. Il subdolo re Marco era riuscito nel suo intento: convinto che mai Agwisance avrebbe accettato la richiesta, era ormai certo che gli irlandesi sdegnati avrebbero ucciso il giovane cavaliere.
Avvenne per che proprio in quel periodo re Agwisance si trovasse presso la corte di re Art per difendere il proprio onore, offeso dall'affronto del re di una lontana terra del nord. Tristano, quindi, si rec a Camelot e per due giorni e due notti cerc il re d'Irlanda finch non lo trov. Non appena lo vide, Tristano si offr di combattere come suo cavaliere e di difendere la fama dell'intera Irlanda. In cambio, per, Agwisance doveva concedergli tutto quanto avesse voluto. Il vecchio sovrano accett e Tristano, affrontando in duello il cavaliere avversario, lo sconfisse e dimostr ancora una volta il suo valore.
Felici per la vittoria, Tristano e Agwisance tornarono insieme in Irlanda e il giovane fu accolto con entusiasmo dalla popolazione: vennero accesi grandi fuochi nel salone della fortezza e il sovrano sorrise benevolo nel vedere lo sguardo radioso di Isotta fisso sul bel cavaliere. Una sera, alla presenza di tutta la corte, il re ramment all'ospite che non aveva ancora chiesto la sua ricompensa.
Dunque, adesso  giunta l'ora disse Tristano un po esitante. Chiedo che mi sia data la bionda principessa Isotta, non perch diventi mia sposa, ma perch vada in moglie a mio zio, Marco di Cornovaglia.
Nella sala cal improvvisamente un silenzio gelido, rotto soltanto dal fruscio delle vesti della regina e delle dame di corte che accorsero accanto a Isotta per proteggerla e nasconderla.
Finalmente risuon la voce di Agwisance che disse con tono solenne: Ti ho dato la mia parola. Per ti conceder in dono tutte le mie terre se sarai tu e non il vecchio re Marco a sposare mia figlia.
Sire ribatt Tristano Isotta  una fanciulla straordinaria e voi mi onorate concedendomela in sposa. Non posso per accettare l'offerta, poich verrei meno alla promessa che ho fatto al mio re e il disonore mi seguirebbe per sempre.
Questo era vero e Agwisance lo sapeva bene: anch'egli aveva dato la sua parola a Tristano e ora doveva mantenerla.
Isotta  tua, allora gli concesse il re. Se non sarai tu a sposarla, che vada in moglie al sovrano di Cornovaglia.
A quelle parole la fanciulla, dopo avere chinato il capo, divenne pallida come un fantasma, ma non parl.
Durante le settimane seguenti Tristano vide raramente la principessa e, quando la pot incontrare, si rese conto che la giovane era cambiata, non aveva pi il suo dolce sorriso sulle labbra, n il suo sguardo suadente. Camminava come assente per i corridoi del palazzo, seguita dalla fedele ancella, mentre fervevano i preparativi per le imminenti nozze.
La regina d'Irlanda nel frattempo provvide alla cospicua dote
di Isotta e nulla fu trascurato. Con il corteo nuziale vennero inviati specchi di bronzo e pettini di corno color crema, gioielli preziosi, abiti di satin dei colori prediletti dagli irlandesi, mantelli di lontra e di ermellino, veli di puro lino, bracciali e collane d'oro a forma di mezzaluna, spille di bronzo, sfere d'oro da appendere alle lunghe trecce.
Inoltre, essendo esperta in arti magiche, la regina mescol oli ed erbe per il bagno e li sigill in piccoli recipienti d'avorio; infine, desiderosa che la figlia non soffrisse durante quel matrimonio, prepar in segreto una pozione con del vino frizzante chiaro come il riflesso della luna. Mise poi la bevanda in una caraffa d'oro e la consegn all'ancella di Isotta, affinch la custodisse cara come la sua vita, per darla agli sposi la notte delle nozze. Si trattava di un preparato prezioso sul quale era stato fatto un incantesimo d'amore: quando Isotta e il suo consorte avessero bevuto il contenuto della caraffa, sarebbero stati uniti da una intensa, eterna passione.
La disattenzione dell'ancella avrebbe cambiato tutto il corso della vicenda: ella infatti appoggi la caraffa con la pozione magica su un tavolo, e si dimentic di
custodirla come le era stato ordinato.
Un mattino di autunno tutto fu pronto per la partenza e il scintillante vascello intarsiato in oro messo a disposizione dal re salp dalla costa irlandese. Isotta sedeva sul ponte con le mani in grembo, incurante dell'affaccendarsi dell'equipaggio e dei discorsi cortesi di Tristano. Il suo sguardo era rivolto verso occidente, dove si vedevano le coste irlandesi svanire all'orizzonte.
Il cavaliere inglese era sconcertato dalla tristezza della giovane. Si sedette al suo fianco e inizi a parlarle della Cornovaglia, degli splendori di Tintagel, del castello che dominava un alto promontorio, della generosit di re Marco. Malgrado tutto, per, l'unica risposta che ottenne fu lo sguardo mesto della principessa.
Un po irritato, Tristano le disse: Nobile principessa, ho qui una cosa che sono sicuro vi far piacere:  un buon vino che la vostra ancella ha dimenticato sul tavolo della cucina. Bevetelo e vedrete che il viaggio vi sembrer meno penoso.
Isotta scosse la testa per rifiutare, ma Tristano apr ugualmente la caraffa dorata e subito un profumo inebriante si propag dalla coppa che teneva in mano: un profumo fatto di fiori, di terra fertile, di aromi familiari. Il giovane bevve un lungo sorso della pozione, augurando buona sorte alla sposa; dopodich cerc di nuovo di convincere Isotta a bere anche lei e, mentre le parlava, osserv con ammirazione l'ombra delle ciglia della fanciulla, le sue guance, la sua figura armoniosa, il delicato contorno dell'orecchio. Quindi le si avvicin, le pose la coppa nelle mani e la esort: Vi prego, bevete, Isotta!.
Fu in quel momento che le vite di Tristano e Isotta cambiarono per sempre, non appena la ragazza mand gi il primo sorso gli innocenti sentimenti che li univano fino a quel momento si trasformarono in passione travolgente, eterna, una passione che era pi forte di qualsiasi altro desiderio. Non riuscendo a dominare i propri sentimenti, diventarono amanti su quel vascello, dimentichi di tutto e di tutti. La loro gioia fu immensa, indescrivibile. Tuttavia decisero di rispettare gli obblighi sociali che li costringevano. Giunta in Cornovaglia, Isotta spos re Marco con una cerimonia solenne e Tristano si distinse fra tutti i valorosi cavalieri del regno durante i tornei dei festeggiamenti nuziali. Isotta e Tristano continuarono per a essere amanti, incapaci di resistere al desiderio, incuranti di essere scoperti.
Un giorno avvenne l'irreparabile: i loro sguardi si soffermavano troppo a lungo e le loro mani s'incrociavano troppo spesso per non destare i sospetti del re, che alla fine trov conferma ai suoi timori. Durante un fresco pomeriggio di primavera, un fedele cavaliere di Marco vide Tristano entrare segretamente negli appartamenti della bella Isotta e corse subito a informare il sovrano.
In preda all'ira, Marco si precipit nella camera della sposa e vi trov il nipote. Gli si gett contro con la spada, ma il giovane riusc a impossessarsi dell'arma e ferire a sua volta il re sul volto. La notizia si diffuse in un baleno per tutta la corte, ma i consiglieri del regno spinsero il sovrano ad arrendersi alla ragione di stato e alla prudenza. Grande era infatti il timore che Tristano decidesse di diventare cavaliere della compagnia di Art e incitasse Camelot a muovere guerra alla Cornovaglia.
Cos Isotta, Tristano e re Marco continuarono per molti anni a vivere nello stesso castello, ma il sovrano, lacerato dalla gelosia, tent in ogni modo di separare i due amanti: una volta allontan Isotta da Tintagel, un'altra imprigion il rivale, un'altra ancora lo band dalla sua corte inviandolo in Bretagna. E addirittura, proprio durante questo esilio, il giovane cavaliere spos una principessa di nome, anche lei, Isotta, ma dopo qualche tempo la abbandon.
I due amanti, per, per quanto il re tentasse di tenerli separati riuscirono sempre a ritrovarsi, finch un giorno, dopo essersi recato nelle stanze di sua moglie, Marco sorprese i due ancora insieme. Tristano stava suonando dolcemente l'arpa e Isotta lo guardava rapita, facendosi cullare dall'amorosa melodia dello strumento. Marco estrasse dal suo mantello un pugnale avvelenato e lo affond nel cuore di Tristano.
La donna url disperata, gettandosi sul corpo ferito del suo amante. Poi fece chiamare le sue ancelle e, come era accaduto tanti anni prima, prese a curare Tristano giorno e notte, senza dormire n mangiare, ma questa volta il veleno fu pi forte della magia di Isotta.
Il giovane e prestante guerriero di un
tempo languiva senza pi forze fra le braccia
della regina di Cornovaglia: il suo bel
viso era irriconoscibile, la sua pelle senza
pi colore.
Finch, in un giorno d'autunno pieno di vento, il nobile cavaliere Tristano mor.
Isotta rimase accanto al cadavere del suo amante per giorni e giorni, ma non riusc a sopravvivere alla sua perdita. Cos, una mattina, la trovarono senza vita riversa sul corpo dell'adorato Tristano.
Le tombe che accolsero i due sventurati vennero tenute lontane, ma il potere dell'incantesimo non scomparve: sui sepolcri dei due innamorati fiorirono infatti due alberi che crebbero rigogliosi e s'intrecciarono l'uno all'altro anche dopo che i corpi degli amanti furono dissolti in cenere.
E re Marco non ebbe destino migliore: secondo alcuni egli venne ucciso da uno dei suoi cavalieri per vendicare Tristano, secondo altri fu imprigionato per scontare il suo crimine.
Le vite dei tre personaggi principali furono saldamente unite da una magia indirizzata alla persona sbagliata. Da essa tuttavia Tristano e Isotta trassero una gioia cos grande che non ebbe nulla di umano. Il loro amore, infatti, non fu terreno poich infranse le regole del mondo.
Anche la magia non rispett le norme predisposte dagli uomini e per questo essi non riuscirono a controllarla. L'arte magica fu troppo potente per essere capita e quindi contrastata. L'epoca di Art era l'epoca del caos e del fantastico, perch i confini tra reale e immaginario non erano ancora stati fissati e l'incanto del soprannaturale dominava ancora su tutti gli uomini.
Solo le creature ultraterrene superstiti dell'et arcaica poterono mantenere il controllo dei poteri magici. Esse venivano chiamate fate in Inghilterra, fate di famiglia nel Galles, folletti in Scandinavia. Un tempo regine del mondo, esse indietreggiarono soltanto di fronte all'irruenta avanzata della razionalit.
Il loro coesistere con le regole di vita degli uomini non ebbe allora pi senso, e queste creature decisero perci di rendersi invisibili o di nascondersi sotto terra e sulle nuvole. Alcune per rimasero tra gli uomini. Una di esse, come abbiamo visto, era la madre di Isotta.
L'atteggiamento degli uomini nei confronti di queste forze primordiali era diffidente e conflittuale: da una parte, la magia era la causa di ogni evento prodigioso;
dall'altra rappresentava l'angoscioso mistero dell'ignoto. Tuttavia, la magnificenza del fantastico era tale da far dimenticare la paura. Quelli erano d'altronde tempi difficili. La Britannia era divisa in decine di regni in guerra tra loro ed era l'obiettivo prediletto dei pirati del continente; il paese subiva spesso le incursioni di armate nemiche o di pirati. Anche in tempo di pace, la fame e le malattie rendevano pi breve la vita degli uomini, e la maggior parte della gente, vestita con abiti miseri, viveva in precarie abitazioni di legno con pavimento di terra battuta, canniccio o argilla. Tali avversit venivano per alleviate dalla magia: gli uomini e le donne credevano infatti che cos i loro desideri potessero avverarsi.
Alla gente dell'epoca, per esempio, piaceva ascoltare il mito greco di Pigmalione.
Lo scultore Pigmalione non amava le donne o, almeno, non amava nessuna donna greca. Riservato e scontroso, egli trascorreva il tempo chiuso nel suo laboratorio. Eppure, nel suo assolato cortile, sotto il cielo azzurro della Grecia, Pigmalione cre l'oggetto dei suoi sogni. Aveva acquistato una zanna d'avorio e una figura di donna, la rappresentazione pi perfetta dell'amore stesso, emerse dalla scintillante materia plasmata. Il viso e il corpo avevano forme armoniose, di da. Pigmalione aveva realizzato il suo sogno. Egli idolatrava il lavoro realizzato dalle sue mani di artista: offr dei fiori alla statua e la ricopr di gioielli. Giorno e notte le sussurrava il suo amore e attendeva risposte che non venivano mai. La statua ricambiava la sua passione fissandolo dai bianchi occhi d'avorio.
Pigmalione preg gli di con tutta l'intensit di un innamorato affinch donassero un'anima a quell'incantevole scultura, e alla fine la forza dell'amore soffi la vita nell'avorio. Al tocco della sua mano la materia si riscald e si ammorbid, sotto le sue dita il cuore cominci a battere, e le sue carezze tinsero le guance pallide di gioiose sfumature rosate. Le labbra accennarono un sorriso e, muovendosi dal suo piedistallo, la statua abbracci Pigmalione.
Il mito di Pigmalione riserva il pi felice dei finali: la splendida donna visse per tutta la vita con lui e gli diede dei figli.
Pigmalione trov il modo di indirizzare le energie vitali dell'universo verso l'oggetto del proprio desiderio.
Il racconto di Pigmalione non era tuttavia l'unico. Gi gli Egizi raccontavano di maghi che davano la vita a statuette in pietra di schiavi, falegnami, tagliatori di pietre, pittori e scribi. Queste creature servivano per aumentare l'enorme schiera dei costruttori delle piramidi per i faraoni. In tempi pi recenti, gli svedesi sostenevano che l'anima di alcuni pupazzi poteva essere risvegliata con una goccia di sangue umano. I giapponesi dicevano invece che erano le bambole a possedere un'anima e che proteggessero il focolare domestico.
Gli incantesimi trasformavano dunque gli oggetti pi comuni in servitori dell'umanit, e con le pratiche magiche ogni desiderio veniva realizzato. Per l'affamato, per esempio, l'oggetto magico poteva essere il cibo. Gli inglesi raccontano storie di squallidi tavoli di legno che, su comando, si riempivano di pane, formaggio e giare traboccanti di birra. I francesi sostenevano che le cornucopie, i vasi a forma di corno ricchi di erbe e frutta, potevano comparire in qualsiasi tovagliolo, su qualsiasi tavolo e che si poteva ordinare loro di far apparire un magnifico pranzo. Gli italiani e gli irlandesi ritenevano che un sacco di lino vuoto nascondesse un magico deposito di provviste.
  Coloro che amavano l'avventura credevano fermamente nell'esistenza di oggetti in grado di proteggerli e soccorrerli: stivali incantati che indossati
facevano percorrere sette leghe a ogni passo; mantelli e anelli che rendevano invisibili; abiti dotati di poteri magici, come il cappuccio del guerriero
irlandese Finn Mac Cumal, che poteva trasformarlo in segugio o cervo e di nuovo farlo ritornare uomo, secondo i suoi desideri. Si diceva inoltre che alcuni
oggetti magici rendessero i guerrieri invulnerabili, e che un cavaliere che si cimentava in un duello doveva giurare di non ricorrere a essi. 
Tali oggetti venivano tuttavia utilizzati proprio nelle grandi imprese guerresche. Si raccontava che in Scozia, per esempio, il clan MacLeod possedesse
un vessillo magico che quando si muoveva garantiva la vittoria contro i nemici. Poteva per essere usato solo in casi estremi e a intervalli di un anno
e un giorno, oppure quando la terra dei MacLeod era infruttuosa e il suo bestiame improduttivo. Il vessillo era stato donato a un giovane guerriero MacLeod
da una fata dell'acqua e fu conservato per secoli nel castello di un feudatario, a nord di Loch Dunvegan, nell'isola di Skye. 
 La pietra magica pi desiderata era l'oro, ma solo i pi abili e fortunati potevano sperare di possederla. Essa veniva spesso custodita da animali fantastici.
Secondo gli inglesi, dai dorsi di alcuni muli cadevano lingotti d'oro; in Austria, il vello di una capra era d'oro, in Irlanda, d'oro erano le uova di
una gallina. Le creature magiche a quei tempi non erano rare, ma occorreva una grande cautela quando ci si avvicinava a esse. Gli oggetti magici erano
conservati e protetti in modi incomprensibili per i comuni mortali. Talvolta venivano custoditi da feroci e terrificanti guardiani; altre volte venivano
nascosti da incantesimi eseguiti con riti complessi e occulti. Nel trattare gli oggetti magici, infatti, un'azione sbagliata, una parola omessa o qualsiasi
atto offensivo potevano avere conseguenze disastrose. Come accade in questa fiaba della tradizione germanica. 
Si diceva che l'isola di Rugen, nel 
Mar Baltico al largo della costa settentrionale della Pomerania, fosse abitata da spiriti superstiti di un remoto passato. Un tempo Rgen era stata la
dimora della da germanica Nerthus, e anche quando il culto venne abbandonato, l'ombra di Nerthus vagava per le foreste vicino alla montagna, sede del
suo palazzo divino, adescando gli incauti viandanti nelle profondit del lago. La gente diceva che la dea pretendesse un'anima ogni anno. Nerthus non era
per il solo spirito antico dell'isola. Vicino alla citt di Qarz ne abitava un altro, che in vita, al tempo dei Barbari, era stato capo di quel territorio.
Le rovine della sua fortezza di pietra e dei terrapieni circolari si trovavano presso un lago nei dintorni della citt. Si raccontava che il luogo fosse
stato distrutto dai cristiani quando avevano cominciato a perseguitare i culti pagani. Quel capo tuttavia non era un uomo comune e poteva assumere molteplici
sembianze: talvolta appariva di notte sotto forma di guerriero, con l'elmo d'oro e a cavallo di un destriero grigio, altre volte come un feroce cane nero,
oppure come un uomo vecchio con un copricapo di pelliccia nero. 
 Egli era custode delle rovine del castello di Qarz, sotto le quali vennero sepolti i suoi oggetti personali: le armi, i gioielli e, soprattutto, l'oro.
Gli abitanti del villaggio raccontavano che egli avrebbe donato il suo tesoro solo alla fanciulla vergine che, dopo un preciso rituale, si fosse recata
alla fortezza.
Una fanciulla illibata si ciment nell'impresa. Non lo fece per l'oro: era figlia di un feudatario ed era stata accusata di aver perso la propria purezza. Volle pertanto recarsi al castello di Garz per provare la propria virt.
La giovane esegu il rituale prescritto. All'ora stabilita, mezzanotte in punto, and sulle rive del lago da sola; vicino ai terrapieni diroccati si ferm per togliersi il velo, l'anello d'oro e le vesti che indossava. Con il volto illuminato dalla tenue luce della luna, si arrampic sulle fredde pietre e vag per le rovine della fortezza, senza mai voltarsi e guardarsi alle spalle.
Pass un'ora, poi, non appena attravers un cortile, sotto i suoi piedi si apr una larga breccia. Fece luce con la torcia e intravide i gradini di una scala a chiocciola, che percorse fino a un sepolcro di roccia. La luce della torcia componeva ombre bizzarre sulle pareti umide. Il pavimento era ricoperto d'oro: c'erano calici e corni e monete le cui effigi erano svanite da molto tempo. In mezzo al tesoro stava seduto un vecchio, deperito come le pietre del suo sepolcro. Fissava la fanciulla, corrugando il volto in un'espressione divertita.
Bene, mortale disse ti sei meritata il mio tesoro. Prendi una moneta e vattene, se ci riesci. I miei servitori porteranno il resto.
Il vecchio barbaro non ricord alla giovane il seguito del rituale, ma lei lo conosceva alla perfezione. Non doveva proferire parola fino a quando si trovava in quel luogo, e andandosene non doveva voltarsi, poich era proibito a occhi mortali di guardare la vita del mondo fatato. Senza parlare, la giovane prese la moneta e cominci a salire la scala. Sent alle spalle il tintinnio del metallo e rumori di passi, come se piccole creature provviste di artigli la stessero seguendo.
Mentre saliva la scala, stringeva la moneta rabbrividendo per il freddo e la paura. Teneva lo sguardo fisso davanti a s. La breccia che l'avrebbe condotta fuori dal quel luogo spaventoso si faceva pi vicina, poteva gi scorgere le stelle brillare nel cielo d'estate. Ma anche i passi delle creature alle sue spalle erano vicini, sempre pi vicini.
Con un rombo, una lastra di pietra fuorusc dal lato sinistro della breccia e spense per sempre il cielo e le stelle, intrappolando la fanciulla in quella millenaria fortezza, fino alla fine del tempo.
Gli abitanti di Garz trovarono i suoi vestiti la mattina seguente. Per quanto suo padre la cercasse, non riusc mai a scoprire la via che conduceva al sepolcro.
Per molti secoli, i suoi discendenti udirono di notte i deboli e disperati lamenti della giovane donna che aveva osato sfidare il mistero di un luogo stregato.
Episodi di questo genere avvenivano spesso, perch la magia non offriva soltanto felicit: come il vino stregato di Tristano e Isotta donava amore e morte, cos le creature, gli oggetti e i rituali magici delle epoche antiche riservavano spesso sgradevoli sorprese, promettevano piacere infinito e infinito dolore. Come accadde alla fanciulla di Rgen, molti non riuscirono a portare a termine le loro imprese, perch non furono in grado di controllare le possenti forze occulte che prorompono nella realt grazie alla magia. Ecco perch gli uomini, pur desiderandoli, temevano gli incantesimi.
Di ambiguit sono pieni i racconti del Galles. Forse perch isolato e per molti anni privo di invasori, sembra che questo territorio abbia conservato pi elementi magici di tutti gli altri luoghi d'Europa. Un alone magico inonda ancora le sue valli e le sue foreste. In questa aspra regione, il confine tra reale e fantastico era sottile e facilmente valicabile. Chiunque poteva partire per la caccia e incontrare animali parlanti, cos come poteva salpare dalle coste ; approdare non nel luogo in cui era realmente diretto ma su un'isola piena di castelli di vetro e popolata solo di voci.
Nel sud-ovest del Galles viveva un tempo un principe che conosceva molto bene gli ncantesimi. Si chiamava Pwyll e governava Dyfed, un regno di sette cantref, cio sette regioni popolate da centinaia di fattorie e piccoli villaggi separati da lande di terra incolta. In giovent egli aveva combattuto contro le altre popolazioni del Galles, e per le sue imprese era stato chiamato Capo di Annwfn - cio dell'altro mondo.
Il castello pi grande di Pwyll era a narberth, nel sud del suo territorio. Qui abitava il principe, in un alto edificio dal tetto di paglia, ben protetto da fossati e bastioni di legno e circondato da una folta foresta. Tra gli alberi apparivano creature fatate: secondo alcuni, infatti, le grandi alture coperte d'erba nascondevano sepolcri di antichi capi, secondo altri porte di regni sotterranei. Secondo i gallesi chiunque fosse salito su queste alture sarebbe stato gravemente ferito o sarebbe diventato testimone di eventi straordinari. La maggior parte della gente evitava perci di recarsi da quelle parti. Dopo una notte di festeggiamenti, Pwyll annunci a sorpresa di voler salire su una collina magica per attendere e conoscere il proprio destino.
Il destino gli aveva riservato un evento meraviglioso. Tra gli alberi di faggio che avvolgevano la collina apparve un bagliore dorato, che formava ora raggi simili a quelli del sole tra le foglie, ora a quelli della luna tra le ombre. Poi la luce dipinse i contorni di una donna che cavalcava un cavallo bianco e indossava un mantello e un abito dorati talmente luminosi che sembrava indossare la luce pi pura dell'universo. Il suo viso, incorniciato da un'aureola di capelli biondi, era serio e tranquillo. La donna non guardava il principe o i suoi compagni: cavalc in mezzo a loro e rapida svan all'orizzonte.
Pwyll la fece seguire da un paggio ma il ragazzo torn subito indietro. Rifer che la donna non aveva mai accelerato o rallentato il passo del cavallo, ma che tuttavia non era stato in grado di catturarla, neppure aumentando lui stesso l'andatura del suo destriero. Il principe ascolt attentamente le parole del giovane, poi ricondusse la compagnia a casa.
Il pomeriggio seguente Pwyll si rec da solo sulla collina e di nuovo apparve la donna tra gli alberi. Questa volta fu lui stesso a seguirla a cavallo. Come il paggio, anch'egli non riusc a catturarla. Il suo cavallo trott alla stessa velocit di quello di lei, poi aument l'andatura ma lo spazio che li divideva rimaneva lo stesso. Alla fine, quando i fianchi del suo cavallo si macchiarono di schiuma, Pwyll si ferm.
Madamigella grid per la salvezza di chi amate, fermatevi e parlate con me!.
La donna tir le briglie del cavallo e si ferm. La distanza tra i due sembrava ora inesistente: i cavalli erano uno di fianco all'altro. Mi fermo volentieri rispose. Sorridendo al cavallo stanco del principe, aggiunse: Sarebbe stato meglio per il cavallo se mi aveste chiamato prima. Bastava solamente una parola per fermarmi.
Perch cavalcate da sola nella foresta? chiese Pwyll.
Per trovare voi, principe.
Chi siete e perch mi cercate? domand interdetto l'uomo.
Io sono Rhiannon e vi cerco per amore. Pwyll si sent invaso dalla gioia.
Rhiannon significava grande regina e cos si chiamavano le pi potenti fate del Galles.
Il fatto che lei avesse lasciato il suo popolo per lui era un evento straordinario.
Vi do il benvenuto, signora disse allora con tono solenne. Fece per prendere le redini del cavallo della donna ma Rhiannon sorrise e scosse la testa.
Tornate da me tra un anno e vi dar il benvenuto replic la fata. Poi, spronando dolcemente il cavallo, si inoltr nella foresta e scomparve.
Pwyll attese un anno, poi, quando giunse il fatidico giorno, si fece accompagnare da uomini fidati, come conveniva a un principe il giorno delle nozze, e si rec alla collina dove aveva visto per l'ultima volta Rhiannon.
Lei era l, con indosso l'abito dorato, a cavallo del suo destriero bianco. Quando li vide, fece loro cenno, e gli uomini si allinearono dietro di lei. Seguirono la fata nella folta foresta. Dove dirigeva il cavallo, l si apriva un sentiero; gli alberi sospiravano, si inchinavano e si aprivano davanti a lei e al suo seguito, chiudendosi dietro l'ultimo della fila come la tenda di un teatro si chiude dietro all'ultimo attore.
Gli uomini del principe si accorgevano di quegli strani eventi e parlavano animatamente tra di loro; Pwyll per non vi prestava attenzione, aveva occhi solo per Rhiannon.
Poco dopo la foresta cominci a diradarsi e la comitiva giunse in un'ampia radura.
Qui si ergeva un palazzo, assai diverso da quelli degli esseri umani, dal momento che non aveva fortificazioni. La razza soprannaturale non aveva infatti bisogno di mura e torri di guardia.
A differenza di quello di Pwyll, costruito in legno e paglia, questo edificio era di pietra ricoperta d'argento lavorato in spire, che si ergevano come un mucchio di giunchi al centro di un lago di vetro, non appena il corteo nuziale entr nella radura, uno stormo di piccoli uccelli scarlatti prese a volteggiare sulla testa di Rhiannon. Al suono di quella melodia, la paura svan del tutto dal cuore degli uomini.
Giunse il tempo dei festeggiamenti. Il salone del palazzo di Rhiannon aveva un soffitto cos alto che le volte apparivano e scomparivano alle tremolanti luci del focolare fatato. Anche i sudditi di Rhiannon erano diafani come la loro regina; felici, diedero il benvenuto alla comitiva. Quando parlavano con Pwyll e i suoi compagni diventavano uomini e donne in carne e ossa, sebbene tutti avessero le stesse esili e pallide sembianze della principessa. Quando cessavano di parlare con Pwyll e i suoi uomini, per, sembravano svanire e diventare come luccicanti riflessi del sole sull'acqua, e tutt'intorno risuonava il debole vociare di un impercettibile discorso di sottofondo.
Rhiannon lasci in seguito il suo paese e part con Pwyll nel Galles, diventando sua moglie. Cavalcarono ancora nella foresta, dove gli alberi ancora si aprirono e si chiusero dietro di loro, e infine giunsero presso la verde collina del loro primo incontro. L si fermarono. Rhiannon lanci un ultimo sguardo alla foresta e disse dolcemente al marito: Essa non si aprir pi per me. non far pi ritorno al mio paese. Ma non sembrava triste.
Rhiannon fu ben accolta alla corte di Pwyll. Tutti sapevano che era una fata che aveva lasciato il mondo incantato dietro di s. Ella govern la rozza fortezza serenamente, senza rimpianti per il perduto regno. Era abile come una donna mortale, una bellissima donna mortale: aveva un naturale talento per la tessitura, e la stoffa realizzata dal suo telaio era la pi raffinata che la corte avesse mai visto. Non suonava l'arpa, ma mentre gli altri suonavano cantava una melodia cos soave che all'orecchio dei suoi ascoltatori sembrava giungere da un altro mondo.
Rhiannon fu cos accettata dai sudditi di quel marito scelto in modo alquanto strano. Ci furono per anche momenti difficili. Quando passarono due anni senza che lei avesse dato alla luce un erede al trono, tra gli uomini del corpo di guardia e i consiglieri del principe sorsero discussioni e proteste per la successione. Essi chiesero a Pwyll di separarsi da Rhiannon e di prendere un'altra moglie. Non vivrete per sempre, principe gli dicevano invece il paese deve continuare a essere governato. Avete bisogno di un erede.
Comprendo tutte le vostre ragioni rispondeva Pwyll. Vi chiedo solo un anno ancora. Se Rhiannon non partorir un figlio, allora far come direte voi.
Fortunatamente, alla fine di quell'anno Rhiannon dette alla luce un figlio: un bambino biondo e dai lineamenti delicati come la madre ma di corporatura robusta come il padre. Fu mostrato ai sudditi nella grande sala qualche ora dopo la nascita ed essi si congratularono con il re. Un senso di sollievo accompagnava la vista del bambino: chi mai poteva sapere prima che cosa avrebbe partorito una fata?
Tuttavia, il bambino fu la fonte dell'infelicit di Rhiannon. Dopo il parto, com'era consuetudine, la fata fu insediata nell'ala riservata alle donne.
Sei ancelle si prendevano cura di lei e assistevano il neonato.
Sebbene avessero il compito di vegliarla a turno durante la notte, vennero meno a tale impegno: una sera, infatti, tutte si addormentarono.
Quando, in piena notte, si svegliarono, la culla era vuota. La finestra sopra il giaciglio del neonato sbatteva per il vento. Accanto alla culla, nel letto di seta, Rhiannon giaceva inerte, gli occhi chiusi come sotto l'effetto di un incantesimo.
Le ancelle si comportarono meschinamente. Pensarono a un rapitore e temettero soprattutto per la propria vita; inoltre, sapevano di essere state negligenti e che la colpa della scomparsa del figlio del principe era loro. E che avrebbero potuto pagare quella distrazione anche con la vita. Avevano per un facile capro espiatorio, la principessa addormentata.
In silenzio, soppressero uno dei molti segugi a cui era permesso vagare liberamente nella fortezza; tagliarono a pezzi il corpo dell'animale, sparsero il sangue su Rhiannon e lasciarono sul suo letto le ossa insanguinate.
Infine si accovacciarono in silenzio intorno a lei e attesero il giorno.
La principessa si svegli e, ancora intontita dal sonno, si avvicin al figlio. Quando tocc la culla vuota, si sedette subito, guard i volti impauriti delle ancelle che la circondavano e disse: Dov' mio figlio?.
 morto, principessa rispose una delle donne, mentre finte lacrime le scendevano sulle guance. Voi l'avete ucciso, non ve ne siete accorta? Guardate il sangue del vostro bambino che avete sul corpo.
La fata guard le sue mani macchiate di sangue e spalanc gli occhi in un espressione di terrore: Ho, no, non  vero! Voi mi accusate perch temete la punizione. Ditemi la verit, vi prego, e vi prometto che vi protegger.
 questa la terribile verit disse una delle ancelle allontanandosi da lei. Voi avete ucciso vostro figlio. Venite con noi, vi accompagneremo dal principe e dal suo consiglio e ascolteremo le decisioni che prenderanno.
L'ancella tese una mano, ma Rhiannon la respinse, e a testa alta precedette le traditrici nella sala di Pwyll.
Il terribile evento riport tra gli uomini della corte la paura del potere della fata. Sebbene Rhiannon avesse proclamato la sua innocenza davanti al marito e ai suoi sudditi, non poteva riportare in vita il figlio, e la sua luminosa chioma intrisa di sangue era davanti agli occhi di tutti. Posto di fronte a questo mistero e alla collera del consiglio reale, Pwyll fu debole e arrendevole, non avrebbe divorziato come tutti chiedevano, ma affid la donna al giudizio e alla pena stabiliti.
Mia amata la implor alla fine di quella estenuante giornata non potete togliere questo incantesimo che sta mandando in rovina il mio regno?.
Ho abbandonato per sempre le arti magiche, Pwyll, quando ho lasciato la mia gente per seguirvi. Siete voi che ora dovete proteggermi. Egli fece per cenno di non poterle venire in aiuto.
Il giorno dopo ebbe inizio la punizione di Rhiannon, fatto che suonava bizzarro ma non era sconosciuto alle popolazioni celtiche. Per tutto il giorno, curva per il peso di un grosso collare di cavallo, Rhiannon fu messa a sedere su un montatoio di pietra situato accanto alla porta principale della fortezza. Qui doveva fermare ogni passante e raccontargli il suo presunto crimine. Inoltre doveva caricarlo sulla schiena e condurlo alla sala di Pwyll.
La punizione sarebbe durata sette anni. All'inizio, Rhiannon l'accett senza lamentarsi: non aveva altra scelta, nel pieno dell'estate, nel freddo e piovoso inverno, la principessa del palazzo d'argento sedeva sul montatoio. Con voce monotona espiava innocente la sua punizione e fermava ogni persona che passava per offrirsi di portarla sulla schiena.
Tuttavia, era cos bella e piena di dignit che pochi accettavano. La fama della sua infelice sorte si diffuse di bocca in bocca in tutto il Galles.
Un giorno di autunno di quattro anni dopo, alla porta della fortezza di Pwyll apparvero tre stranieri a cavallo. Uno di loro era un uomo prestante, e indossava un mantello di lana fine e bracciali d'oro tipici di un nobile; il secondo era una donna, probabilmente sua moglie; il terzo era invece un ragazzo dai capelli d'oro.
Rhiannon si alz in piedi. Signore, poich ho ucciso il mio unico figlio, sono costretta a portare sulla schiena ciascuno di voi. Questa  la mia punizione disse al primo.
Il cavaliere scosse la testa e scese da cavallo, dicendo: Principessa, nessuno salir sul vostro dorso.
Io non lo far disse la moglie.
neppure io le fece eco il fanciullo, e anch'egli smont da cavallo. Il giovane si avvicin a Rhiannon e le porse una piccola pezza di broccato. La fata lo prese, rivoltandolo lentamente nelle mani. Questa stoffa la conosco, l'ho tessuta io stessa quattro anni fa, ne sono certa! Come  possibile che l'abbiate voi?.
Poi cap: il ragazzo le sorrise e i suoi occhi brillavano come quelli di suo padre, il principe Pwyll.
Mi chiamo Teirnyon disse l'uomo signore della provincia orientale di Qwent, : vi prego di salire sul mio cavallo.
Accomod poi Rhiannon in groppa al destriero e la condusse, insieme al figlio, nel salone del re.
Pwyll e tutti i sudditi riconobbero il fanciullo come il figlio legittimo di Pwyll e Rhiannon scomparso quattro anni prima, e la principessa venne finalmente riabilitata al suo rango.
Lei non fece cenno all'ingiusta e prolungata punizione che le era stata inflitta per colpa della meschinit delle ancelle.
La storia che raccont Teirnyon era alquanto singolare, piena di lati oscuri. Una sera di quattro anni fa disse portai una cavalla vicina al parto nella mia fortezza nel Gwent, con l'intenzione di proteggerla, perch i puledri che erano stati partoriti negli anni precedenti erano tutti misteriosamente scomparsi, e non avevo intenzione di perdere anche questo.
La cavalla diede alla luce uno splendido puledro. All'improvviso, un enorme braccio spunt dalla finestra della camera e una mano dai lunghi artigli afferr il cucciolo per la criniera. Sguainai allora la spada e riuscii a tagliare quel braccio.
Un urlo si lev da dietro la finestra, inquietante come l'annuncio di un uragano. brandendo ancora la spada, mi precipitai fuori.
Nell'oscurit non vidi nulla, ma mi accorsi che qualcosa era caduto ai miei piedi: un neonato dai capelli d'oro, avvolto n un lenzuolo di fine broccato. Lo raccolsi e vidi che era un maschio.
Dovete sapere che io e mia moglie non possiamo avere figli. Decisi cos di prendere il bambino con me e di adottarlo.
Soltanto poco tempo fa sono venuto a conoscenza della triste storia di Rhiannon. Ho chiamato mio figlio, l'ho guardato e ho visto nei suoi occhi quelli nobili del principe Pwyll. Mi sono immediatamente messo in viaggio e sono venuto a riportarvelo.
Vostro figlio  qui, e finalmente voi e vostra moglie potrete tornare felici.
Quale creatura avesse rapito e condotto il fanciullo nel lontano Qwent, rimase per sempre un mistero. N si sapeva per quale motivo il rapimento del neonato fosse avvenuto insieme a quello di un puledro: forse perch, questo era il ragionamento pi accreditato, nel fanciullo figlio di una fata scorreva sangue divino, e cos nel puledro, che a quel tempo era considerato un animale sacro.
Il rapitore apparteneva probabilmente alla razza di Rhiannon e aveva tentato di prendere il bambino per punire i mortali che avevano allontanato la principessa dal suo mondo.
Un gesto di odio, ostilit e diffidenza verso un'altra razza, cos come odio, ostilit e diffidenza erano stati mostrati dai sudditi di Pwyll nei confronti di Rhiannon e del suo popolo.
D'altra parte, dall'odio non nasce che l'odio, e dal male, il male.
Questa potrebbe essere una spiegazione.
Avvenne come se il mondo della magia
e degli uomini, l'uno incorporeo e spirituale,
l'altro fisico e materiale, non potessero
incontrarsi senza provocare tragedie. Solo
un atto di bont riusc a cancellare questi
tristi avvenimenti: il gesto di Teirnyon, che
pose fine alla peggiore delle pene facendo
ritrovare il giusto equilibrio alle vite precedentemente
distrutte.
 
Sulle ali dei desideri.
Nei tempi antichi le pratiche magiche erano diffuse in tutto il mondo. Di conseguenza, gli oggetti necessari per la pratica dell'arte magica potevano essere comprati dovunque.
 Molto spesso la gente di alto rango si avvaleva di persone con poteri divinatori, di esperti in arti rituali o con capacit oratorie per diffondere la propria fama o far conoscere le imprese del proprio casato.
 Alcuni cantastorie indiani, per esempio, raccontavano le avventure di tre prncipi che vivevano nelle montagne del nord e che erano fratelli; tra di loro c'erano sempre stati armonia e aiuto reciproco. Il destino volle per che s'innamorassero della stessa fanciulla, e allora cominciarono i dissapori e le rivalit. Per poter risolvere questa situazione e decidere quindi fra i tre chi dovesse sposare la ragazza, il sultano, tutore della futura sposa, decise di sottoporre ciascun pretendente a una prova.
 Chiam dunque i tre prncipi e disse loro: Vi concedo un anno di tempo. In questo periodo potete andare dove volete ma, al vostro ritorno, mi dovete portare una meraviglia. Colui che mi consegner il dono pi bello, potr sposare la principessa.
 Uno dei tre fratelli, di nome Husayn, si diresse a sud e si
addentr nella pianura che costeggiava il mare d'Arabia. Perlustr gli affollati bazar della zona fin negli angoli pi reconditi e alla fine trov un vero tesoro. Si trattava di un meraviglioso tappeto rosso scarlatto ornato di fili blu e oro. Era veramente splendido, ma quello che lo rendeva ancora pi prezioso era la magia che quell'oggetto racchiudeva in se stesso e che consisteva nel poter trasportare il suo proprietario dovunque questi desiderasse.
 Husayn lo acquist per quarantamila pezzi d'oro. Quando fu suo, lo stese per terra, vi sal sopra e gli ordin di riportarlo a casa. Subito il tappeto si anim e si sollev in alto al di sopra dei mercati, dei tetti delle case, delle montagne. Il principe si trov cos a volare nel cielo e vicino alle nuvole; da lass poteva ammirare le verdi pianure e un panorama stupendo. Si sentiva molto orgoglioso dell'acquisto fatto e non vedeva l'ora di presentarsi davanti al sultano e ai suoi fratelli per mostrare loro il dono portato. Finalmente il tappeto giunse a destinazione. Subito, nella reggia, furono esaminati i regali.
 Un principe aveva trovato un tubo d'avorio nel quale chiunque avrebbe potuto vedere gli eventi lontani e vicini, e in tal modo nessuno avrebbe pi sbagliato a prendere decisioni.
 L'altro principe offr invece una semplice mela che aveva il potere di ridare la salute agli ammalati.
 Tutti i doni presentati erano veramente dei tesori preziosi e il loro valore era incommensurabile, per cui non si riusc a decidere.
 Si propose allora di compiere una gara di tiro con l'arco. Husayn perse e si ritir nelle regioni pi selvagge per vivere da eremita.
 Il tappeto, il tubo d'avorio e la mela vennero chiusi nella cassaforte del sultano ma, dopo un po di tempo, scomparvero, e non furono pi ritrovati.

L'invocazione degli spiriti servitori.
In tempi molto remoti numerosi demoni si celavano tra gli uomini.
 In Arabia, per esempio, si diceva che esistesse una stirpe di spiriti nati dal fuoco chiamati jinn. Queste creature erano le pi antiche del mondo e vivevano nascoste nelle viscere della terra, ma potevano essere evocate per cercare dei tesori, come scopr un fanciullo di nome Aladino.
 Aladino era un ragazzo povero e orfano, e aveva sempre condotto un'esistenza grama e senza soddisfazioni. Il ragazzo, tuttavia, era pieno di risorse: viveva in un bazar come un monello di strada, ma riusciva a mantenere se stesso e la madre raccogliendo stracci o chiedendo l'elemosina. E cos, alla sera, portava sempre a casa qualche spicciolo.
Un giorno un mago chiese ad Aladino di andare a trovargli un tesoro che consisteva in una lampada a olio danneggiata, annerita e senza stoppino. Questa lampada era nascosta in una grotta del deserto. Il fanciullo accett l'incarico con grande entusiasmo e part subito per la ricerca. Una volta trovata la lampada, per, non la consegn al mago, ma la tenne per rivenderla sperando di riuscire a fare qualche soldo e comprare un po di cibo. Sua madre, alla vista di quell'umile oggetto, pianse pensando ai pericoli affrontati dal figlio nel deserto per quella misera cosa; si mise, tuttavia, a pulirla con cura affinch, brillando, potesse essere venduta pi facilmente. A un tratto dalla lampada divamparono delle fiamme e, in mezzo al fuoco, apparve un jinn blu che si propag nella misera stanza. Lo sfregamento, infatti, era come un'invocazione per gli spiriti del passato. Il jinn salut con voce allegra Aladino e lo chiam padrone. Il ragazzo si meravigli molto e volle provare cosa lo spirito poteva fare per lui. Gli chiese quindi di portare del cibo e questi, con un colpo di mano, gli fece apparire un ricco banchetto servito in vasi d'argento e d'oro.
 Aladino rimase allibito, ma mangi con gusto e a sufficienza. Poi vendette le coppe e i piatti ricavando un bel po di denaro. Furbo com'era, il ragazzo cap subito che da quella creatura comparsa per magia poteva provenire qualsiasi ricchezza, dato che doveva solo comandare per potere ottenere qualunque cosa egli volesse.
 Lo spirito diede al giovane stoffe, schiavi e gioielli degni di un principe; gli forn cavalli e soldati per le sue imprese guerresche al servizio del sultano; lo protesse dagli intrighi di corte, e quando si innamor della principessa figlia dello stesso sultano, lo fece diventare un vero principe.
 Alla fine, sempre grazie alla lampada magica, Aladino divenne l'erede del sultano e ne assunse, in seguito, il medesimo titolo. E narra la leggenda che fu un governante molto saggio.

 ANTICHE METAMORFOSI.

Quando il mondo era ancora giovane e la magia costituiva una forza attiva, la natura era in continua trasformazione.
 Cos circondati dai misteri, gli esseri umani quasi dovunque erano testimoni di metamorfosi.
 Secondo i Greci, per esempio, una specie di calendola aveva origine divina. Infatti il fiore inizi a vivere sotto forma di una ninfa dell'acqua, di
nome Clizia, che un giorno dalle verdi profondit del mare fu gettata sulla costa sabbiosa di un'isola. Come ipnotizzata dalla luce, la creatura rimase
immobile seguendo con occhi sognanti il cammino del globo d'oro del sole nel cielo.
 Allora avvenne in lei una metamorfosi: la coda di sirena si avvolse in spire nella sabbia; i capelli d'argento diventarono petali intorno al suo volto,
e dalle dita spuntarono verdi foglie.
 Dopo aver osservato il sole per nove giorni, divent un girasole, il cui fiore assomigliava al disco solare e ne seguiva ogni giorno il percorso nel
cielo.

L'Anemone Nato dal Sangue.
Il rosso anemone era prezioso per gli antichi, poich credevano che i petali 
fossero stati creati dal sangue del dio della vegetazione. Avvenne infatti 
cos.
 Afrodite, dea dell'amore, si innamor follemente di Adone, il cui nome 
significava semplicemente "signore", la cui bellezza era superiore a quella 
delle altre creature e che presiedeva alle cose terrene. Per alcuni mesi, i 
due furono amanti. Tuttavia, Adone, divent irrequieto e, nonostante gli 
ammonimenti della da, un giorno and a caccia nella foresta e fu colpito da 
un verro.
La da lo trov disteso agonizzante, il sangue che fuorusciva dalla 
ferita si era sparso sull'erba. Ella pianse per lui, e nel suo amore e 
dolore la dea trasform le macchie scarlatte nei fiori pi delicati, 
chiamati anemoni,
o "fiori del vento", perch il vento apr
i petali e li fece volare via tutti quanti.
Il racconto non  per finito: si narrava che Afrodite avesse implorato 
Zeus di far tornare in vita Adone per un certo periodo di tempo all'anno. Il 
desiderio fu esaudito.
 Anche in seguito le donne greche ne piangevano la morte in autunno e si 
rallegravano per la sua rinascita in primavera, quando la fioritura degli 
anemoni significava il ritorno alla vita e la rinnovata fertilit della 
terra.

Gli Alberi-Guardiani del Tempio.
Un tempo, su una collina dell'Asia Minore, c'erano una quercia e un tiglio, 
i cui rami si intrecciavano fornendo generosa ombra ai pastori della 
regione. In pieno pomeriggio, gli uomini si riposavano e raccontavano come 
si era formata tale fronda.
 Secondo i pastori, molto tempo fa sorgeva un villaggio ai piedi della 
collina. Un giorno, una coppia di viandanti giunse da quelle parti per 
cercare un riparo. Tuttavia, furono malamente allontanati, e i viaggiatori 
arrancarono allora faticosamente fino alla collina. Giunti alla sommit, 
furono ben accolti in un'abitazione dal tetto di giunchi e paglia. La 
piccola casa apparteneva a un uomo di nome Filemone e a Bauci, la moglie, 
entrambi vecchi e curvi.
La dimora era modesta ma i due offrirono spontaneamente ci che avevano: 
olive, formaggio e vino fresco in coppe di faggio.
Durante il pasto accadde un fatto singolare: sebbene la coppia bevesse il 
vino contenuto nelle coppe, queste rimanevano sempre piene, segno che gli 
di erano presenti nella casa.
Infatti era cos. Uno degli stranieri era Zeus, re degli di, l'altro 
Ermes, dio dei viandanti. La coppia divina pun gli abitanti del villaggio: 
provoc un'inondazione che li travolse. Trasform la casa di Filemone e 
Bauci in un tempio e i coniugi in sacerdoti. Inoltre gli di esaudirono il 
desiderio di questi di non sopravvivere l'uno senza l'altra. Quando Bauci e 
Filemone morirono, dalle loro dita nodose uscirono foglie e la pelle rugosa 
si indur in corteccia.
Sopravvissero come quercia e tiglio offrendo ai pastori che passavano di 
l l'ombra in modo generoso cos come avevano servito gli di.

Il Custode della Strada.
Lungo i sentieri di campagna europei cresce la pianta dai fiori a forma di 
stelle, che si china verso la via come in cerca della compagnia degli 
uomini. Gli antichi Germani la chiamavano Wegewarte, o "custode della 
strada" e nel nome  racchiusa la storia della sua nascita.
 Secondo la gente, una fanciulla una notte lasci il proprio villaggio e si 
incammin lungo un sentiero di campagna per incontrare il suo innamorato. 
Egli per non and mai da lei. Durante la notte, ella attendeva il rumore 
dei suoi passi ma ud solamente il grido delle civette e il sibilo del vento 
tra gli alberi e, a notte fonda, inizi a piangere.
Alla fine, si adagi sul sentiero e mor. Il sole sorse, e intorno al 
corpo della fanciulla iniziarono a crescere verdi virgulti. A mezzogiorno, 
pallidi fiori si erano intrecciati con i suoi scuri capelli. La sera il 
corpo si era dissolto in un tappeto di fiori che ancora oggi si trova sui 
cigli delle strade, in attesa di un innamorato che non appare mai.

Il premio dell'Orgogliosa Tessitrice.
Se i racconti greci dicono la verit, la madre dei ragni era Aracne, una 
domestica lidia dalle mani cos abili e sicure che nessuna donna artigiana 
poteva uguagliare nell'arte del tessere e del filare. Aracne per era 
arrogante.
Diceva che neppure gli di erano bravi come lei, neppure Atena, la 
divinit protettrice delle filatrici e tessitrici.
Era vero che la da era il nume tutelare di queste arti pacifiche ma era 
anche la divinit della guerra e non perse tempo a rispondere ad Aracne. 
Cos sfid la fanciulla a una gara di abilit.
Nell'accettare la sfida, Aracne aggiunse all'arroganza l'impudenza. Ella 
tess una scena che rappresentava una terribile creatura, met uomo e met 
toro, che inseguiva una donna mortale. Questa, secondo lei, rappresentava 
gli amori degli di. Atena riprodusse invece una scena in cui mostrava un 
uomo legato in una imbracatura che sosteneva le ali fatte di piume; poich 
aveva volato troppo vicino al sole le piume si erano bruciate. Questo fatto, 
diceva la da, rappresentava l'arroganza degli uomini.
Poi la dea distrusse il lavoro della donna e, con un preciso ordine, la 
donna stessa. Alle parole di Atena, Aracne si rimpicciol e si anner, dal 
corpo fuoruscirono otto gambe sottili. Ella trascorse il resto della vita, 
come poi avrebbero fatto i suoi discendenti, a estrarre il filo dal ventre, 
muovendosi avanti e indietro e tessendo una ragnatela con i suoi filamenti 
appiccicosi.

Il Sudario di Seta della fanciulla.
La seta era molto apprezzata dai cinesi e a questo proposito raccontavano 
una storia.
Un guerriero che viveva nella Cina centrale fu mandato a difendere i 
confini del paese; egli lasci moglie e figlia a casa. La fanciulla si 
lamentava eccessivamente: diceva che avrebbe sposato chiunque le avesse 
riportato a casa il padre e, subito dopo, uno stallone si liber dalle 
stalle e fugg nella notte.
Il cavallo riapparve alcune settimane dopo, portando sulla groppa il 
padre di lei. nessuno sapeva come l'animale fosse riuscito a trovare l'uomo 
e a indurlo a cavalcare. Il cavallo, non appena il padre scese di sella, si 
imbizzarr, nitrendo e sbuffando, lo stallone si mise a inseguire la figlia 
dovunque lei andasse, finch ella non confess al padre il voto che aveva 
fatto.
Inorridito, il padre uccise l'animale, lo scortic e appese la pelle in 
cortile perch si seccasse. Quando la fanciulla si azzard ad andare in 
cortile, la pelle si stacc dal muro e si libr in aria leggera come la rete 
di un pescatore, avvolgendole tutto il corpo. Si sollev in cielo insieme 
alla fanciulla, rimpicciolendosi per poi scomparire del tutto. Alcune ore 
dopo, il padre scopr su un ramo di gelso tutto ci che restava del cavallo 
e della giovane: un bozzolo con un piccolo verme. Dal corpo di tale creatura 
fuorusc un sottile ma robusto filo con il quale i cinesi impararono subito 
a realizzare un tessuto degno di un principe. Questa fu la storia 
dell'origine, secondo i cinesi, del primo baco da seta.

Una Seconda Vita per l'Amore.
Quando le galee effettuavano regolare servizio nelle acque del Mediterraneo, 
talvolta una calma straordinaria caratterizzava l'oceano durante il 
solstizio d'estate. I venti cessavano di sibilare, e subito le acque 
diventavano calme e cristalline. Questi erano i giorni di alcione, durante i 
quali, secondo i marinai, il martin pescatore faceva il nido nelle 
profondit marine. Gli uomini dicevano che nessuna tempesta avrebbe 
disturbato l'uccello mentre covava i suoi piccoli, poich il martin 
pescatore era protetto dagli di. Ecco dunque il racconto.
Sulla costa della Tessaglia c'era un re di nome Ceice, che prese in sposa 
Alcione. Sebbene mortali, entrambi avevano genitori divini. Ceice era figlio 
della stella del mattino, e Alcione era figlia del dio dei venti.
Ella aveva paura del potere degli di e pianse quando il marito la lasci 
per attraversare i mari. Una notte, un'inquietante immagine di Ceice le 
apparve in sogno: era una figura pallida e senza occhi, con un'alga marina 
che fuorusciva dalla barba.
La mattina seguente, Alcione lasci il palazzo per vagare lungo la costa 
e l si accorse che il sogno era l'addio del suo sposo, poich il suo corpo 
galleggiava sui flutti. Si gett in acqua ma gli di ebbero compassione di 
lei.
 Al posto della donna apparve un radioso martin pescatore e dopo un attimo 
ne comparve un altro, poich a Ceice fu concesso di vivere sotto questa 
forma insieme alla moglie.
Per questo, secondo i marinai greci,  sicuro viaggiare quando i martin 
pescatori fanno il nido: in quei giorni, nessuna nuvola cela la brillante 
stella del mattino e nessuna raffica di vento sfugge al guardiano dei venti.

Un Amore Infinito tra le Stelle.
Non tutte le meraviglie della natura create per metamorfosi si trovano sulla 
terra. Alcune sono nei cieli, specialmente l'Orsa maggiore e il suo 
cucciolo, che si dirige verso l'emisfero celeste settentrionale.
Gli antichi osservatori della volta del cielo amavano raccontare come 
esse fossero giunte ad abitare la notte. Una giovane cacciatrice di nome 
Callisto era innamorata di Zeus e gli diede un figlio. Questi divenne un bel 
ragazzo e naturalmente un abile cacciatore. Tale unione port per alla 
fine, dolore. La regina degli di, Era, furiosa per questo amore, pronunci 
un incantesimo per vendicarsi: dovunque andasse la sinuosa cacciatrice, l 
avrebbe vagato a fatica un grosso orso, con la pelliccia infeltrita e fauci 
piene di bava.
Il figlio ritrov nella foresta Callisto sotto queste sembianze. Ella 
corse verso di lui e il figlio, naturalmente si mosse per uccidere la 
potente creatura con una lancia.
La piet di Zeus intervenne. Il dio trasform il figlio in un altro orso 
e li elev al cielo, perch brillassero per sempre come stelle.


Capitolo due.
TRAME D'INCANTESIMI.

Ogni autunno, quando stormi di cigni con ali fruscianti migravano dal nord e formavano una nuvola bianca diretta ai laghi d'Irlanda, i bardi di quella terra rievocavano i misteri del passato.
Talvolta raccontavano le storie delle divinit dei loro antenati che percorrevano i cieli sotto forma di cigni, altre volte cantavano la storia di crudeli incantesimi. Questo racconto ne  un esempio. Molto tempo prima che il cristianesimo conquistasse l'Irlanda, ancora prima del tempo degli eroi mortali come Finn Mac Cumal, il paese era governato da un popolo che si serviva della magia come strumento di dominio.
Erano i Tuatha de Danann, una razza soprannaturale i cui clan erano uniti sotto il potere di un sommo re. Nel tempo in cui si svolge questa storia, quattro clan obbedivano agli ordini di Bodb il Rosso.
Uno di questi era guidato da un capo di nome Lir, il cui legame con il grande re era molto stretto, dal momento che aveva sposato la figlia adottiva di Bodb, Aeb, e l'aveva portata a vivere con s nella fortezza sulla collina del Campo Bianco, presso Armagh, nell'attuale Ulster.
Aeb diede alla luce due coppie di gemelli: prima una femmina e un maschio, Fionguala e Hugh, poi due maschi, Fiachra e Conn.
Il secondo parto caus per la morte di Aeb e gett Lir nella disperazione.
Amava molto la giovane, donna di una dolcezza e bellezza rare. Di lei restavano ora soltanto i quattro figli. Lir rimase per lungo tempo affranto e disperato, fino a quando il Grande Re Bodb il Rosso, con rude gentilezza, cerc di alleviare la sua pena, mandandogli come moglie la sorella di Aeb, Aolfe.
Fu una scelta ragionevole e consueta a quei tempi, poich le donne spesso morivano giovani e lasciavano orfani i figli.
Aoife era soprannominata la bella e saggia, e riusciva a entrare nelle grazie di un principe potente; Lir conquistava invece una compagna per le sue notti e una madre per i suoi bambini.
Dopo pochi anni, per, sorsero nuovi problemi.
L'odio di Aoife per i Figli di Lir fu la causa di tutto: poich nei primi anni di vita, a causa della morte della madre, erano stati abbandonati a loro stessi, essi erano diventati chiusi e riservati, e, pur rispettandola, non accettavano la matrigna come una vera e propria madre.
Per ottenere conforto e protezione i maschi si rivolgevano invece alla sorella Fionguala. I quattro fratelli erano cos uniti che all'interno della popolosa corte di Lir sembravano formare un clan distinto.
Dovunque andassero, destavano l'ammirazione di tutti, poich avevano ereditato la diafana bellezza della madre e, crescendo, anche il suo fascino.
Erano comunque estremamente obbedienti alla matrigna e seri come le persone adulte.
Solo con il padre si lasciavano andare: con lui giocavano come cuccioli e lo coinvolgevano nelle loro attivit di bambini.
Quando Lir li sentiva ridere al mattino, scendeva dal letto e sgusciava nelle loro stanze per guardarli divertirsi.
Anche Aoife, la matrigna, li guardava. Dapprima con sconcerto, poi con freddezza. Ogni sguardo non corrisposto, ogni domanda non soddisfatta, ogni sorriso che Lir o i figli non le ricambiavano, lei lo teneva stretto al suo cuore di donna lacerata dalla gelosia, fino a quando la gelosia non si tramut in odio.
Tuttavia la donna non manifest i segni della sua collera, anzi, si comport nel migliore dei modi con i figliastri; ma quando il momento giusto arriv, cio quando il figlio maggiore di Lir, Hugh, ebbe compiuto sette anni, Aoife si prepar a realizzare il suo progetto malvagio, a utilizzare le formule magiche e gli incantesimi di cui era esperta per distruggere la famiglia del marito.
Un giorno giunse alla fortezza di Lir un messo di Bodb il Rosso, che consegn un invito per i quattro bambini. Il Grande Re si considerava loro nonno e voleva che fossero educati presso la sua corte.
Porter io stessa i bambini nel sud disse Aoife. non fu una proposta sorprendente. Molte donne irlandesi sapevano infatti condurre i carri; alcune, addirittura, combattevano in guerra accanto ai loro mariti.
Lir acconsent dunque con un sorriso, dal momento che Aoife era giovane e desiderosa di fare quel viaggio.
Fionguala per prese la mano del padre e disse alla matrigna: Noi vogliamo fare il viaggio con nostro padre, signora. I suoi fratelli si strinsero accanto a lei.
Lir non toller l'insubordinazione, anche se proveniva dai suoi amati figli.
Voi farete quello che dico io rispose. Cavalcherete a sud con vostra madre. Io vi seguir pi tardi, non appena mi sar possibile. Questo  tutto. I figli dovettero accettare la decisione del padre.
Fu cos che Fionguala, Hugh, Fiachra e Conn trascorsero le settimane seguenti a viaggiare verso il sud dell'Irlanda con la matrigna e un piccolo seguito di servitori.
Quando Aoife era alla guida del carro e intenta ai cavalli, parlava poco con i fanciulli; essi sedevano dietro di lei schivando il suo svolazzante mantello.
Talvolta, quando rallentava per lasciarli camminare lungo l'impervia strada o quando la comitiva si accampava, i bambini si sentivano osservati dai suoi oscuri occhi indagatori, ma anche allora Aoife rivolgeva loro poche parole.
Raggiunsero infine le sponde del lago Derravaragh, uno scintillante specchio d'acqua sotto la cima della montagna chiamata Knockeyon. Qui Aoife si ferm per far riposare i cavalli.
Sebbene fossero le prime ore del mattino, tolse la bardatura ai cavalli e li fece pascolare sotto gli occhi dei servitori.
Quando il resto della compagnia si accamp, la donna chiam i quattro figliastri presso la riva del lago.
Andate a fare un bagno nel lago per togliervi di dosso la sporcizia del viaggio disse.
I ragazzi esitarono ma Fionguala insist dicendo loro che dovevano obbedire, e ricord il tono delle parole paterne quando giorni prima si erano ribellati.
I fanciulli si spogliarono, e rabbrividendo oltrepassarono i giunchi delle sponde del lago e si gettarono nelle fredde acque. Fionguala si volt per guardare la matrigna. Si era inginocchiata, apparentemente per ammirare alcuni fiori.
Pochi istanti dopo, Fionguala torn a guardare in direzione della matrigna e vide Aoife in piedi, con le braccia levate al cielo, che pronunciava parole incomprensibili. Si alz il vento e nuvole gonfie di pioggia oscurarono il blu del cielo.
Le acque del lago cominciarono a ingrossarsi, come l'oceano prima di una tempesta, e i quattro ragazzi, spaventati, nuotarono verso la riva.
Aoife abbass le braccia e subito il vento cess e il cielo torn azzurro e le acque nuovamente si fecero immobili e quiete.
Aoife rivolse lo sguardo al lago: dove si erano tuffati i fanciulli galleggiavano ora quattro cigni. I loro occhi avevano lo stesso colore blu di quello dei figli di Lir.
 stata un'azione malvagia, matrigna! grid un uccello dalla voce di Fionguala.
Non posso fare altrimenti rispose Aoife, e un'ombra di rimorso scivol sul suo volto acceso dalla rabbia. Continu a fissare i cigni per lungo tempo, con le lacrime che spontanee le scendevano sulle guance.
Per quanto tempo dovremo restare prigionieri? chiese dopo un po Fionguala.
Aoife ruot lentamente le braccia in cielo, a formare un invisibile cerchio, mentre ripeteva le terribili parole dell'incantesimo.
Ah, bambini, per trecento anni rimarrete qui, nelle acque del lago Derravaragh; per trecento anni starete nel nord, nel mare tra Erin e la Scozia; e per trecento anni nell'oceano occidentale, presso l'isola di Inishglora; e nessuno riuscir a liberarvi fino a quando la donna del sud non si sar unita all'uomo del nord.
L'incantesimo, anche se a malincuore,  stato fatto. Posso solo concedervi questo: manterrete la capacit di parlare e la memoria di quando eravate umani, cosicch la magia non vi distrugger completamente.
E l'armonia del vostro canto sar di una bellezza mai sentita sulla terra.
Dopo aver pronunciato quelle parole, Aoife si allontan rapidamente dalla riva del lago. I bambini-cigni udirono gli ordini che lei impartiva: che i cavalli fossero bardati e che la compagnia muovesse verso la corte del Grande Re.
Allora le ruote di bronzo del carro risuonarono in lontananza e i quattro fratelli non udirono pi le voci dei servitori. Cos i cigni si ritrovarono soli, con il sordo rumore delle acque contro le sponde e il sibilare del vento tra i giunchi.
Trascorsero le settimane. I quattro cigni nuotavano nelle acque tranquille, curvando a volte i lunghi e delicati colli per vedere il riflesso del proprio volto nell'acqua e quello delle nuvole.
I grandi uccelli gemevano e si lamentavano, ma dovevano attendere, poich erano incatenati al lago dall'incantesimo di Aoife.
Un giorno la terra trem sotto il calpestio di zoccoli e sulle sponde del lago apparve una comitiva a cavallo.
Erano Lir e i suoi uomini, che li stavano cercando. Fionguala lo chiam. Il padre ud la voce della figlia e con concitazione si avvicin alla riva, dove vide galleggiare i quattro cigni. Padre, padre, siamo noi gli dicevano in coro. Egli ascolt piangendo il loro racconto.
Lir mont a cavallo e sciolse le briglie del suo destriero fino alla corte di Bodb il Rosso, presso la quale si trovava la moglie.
Aoife tent di difendersi mentendo sul destino dei fanciulli, ma Lir la smascher di fronte a tutti.
Tu, tu hai rovinato per sempre la mia vita e quella dei miei figli. Che tu sia dannata!. Le si avvent contro, ma venne trattenuto dal Grande Re in persona.
Fermati, nobile amico! gli intim Bodb il Rosso. Sar io stesso a punire questa donna per il male che ha commesso. Fiss Aoife, che indietreggiava. Tu, malvagia creatura, da questo momento ti trasformerai in un nero corvo evitato dalla luce del giorno e che solo la notte, nel suo buio eterno, ti vorr con s.
Cos fu. Aoife si trasform in un corvo, destinata a volare per sempre nella notte buia, sola.
Neppure il Grande Re poteva tuttavia sciogliere i figli di Lir dall'incantesimo di Aoife. Per trecento anni i quattro cigni scivolarono sul lago Derravaragh e cantarono una musica cos dolce che avvolgeva i cuori di tutti coloro che la udivano.
I cigni-fanciulli non furono per mai soli: il loro padre, il popolo e i membri di tutti i clan dei Tuatha si recavano al lago per ascoltarli.
E in quegli anni l'Irlanda godette di un lungo periodo di pace.
Dopo trecento anni, in un giorno d'autunno, i cigni migrarono dal lago e con potenti battiti d'ali si diressero verso la costa del nord, dove scogliere di basalto si immergevano nel mare ghiacciato. Gli irlandesi chiamavano quel luogo gli Stretti di Moyle.
L, per tre secoli, i cigni patirono il freddo e la solitudine, con gemiti cos terribili che potevano essere uditi dal popolo delle coste scozzesi e irlandesi.
Quando infuriavano i temporali, i cigni si proteggevano dietro le rocce che delimitavano il mare crudele e Fionguala cercava di proteggerli, cos come aveva sempre fatto quando erano stati bambini: spieg le ampie ali su Conn a destra e su Fiachra a sinistra, e protesse il fratello Hugh sotto le piume del petto.
Non appena quel terribile periodo fu giunto al termine, volarono a occidente verso la scoscesa roccia di Inishglora, nella baia di Erris. L trascorsero in solitudine gli ultimi trecento anni.
Alla fine, completato il ciclo, i quattro cigni volarono verso casa fino alla collina dei Bianchi Giunchi, dove si trovava la fortezza di Lir.
Sorvolarono la terra, librandosi sopra le nuvole, attraverso Connacht, Sligo, Leitrim, e infine giunsero nell'Ulster. Quando discesero trovarono per una terra desolata.
Ogni cosa era cambiata. La collina era coperta di rovi e le verdi alture dove una volta sorgevano i palazzi e le case ospitavano ora foreste di ortiche che crescevano indisturbate.
Non c'era pi niente. I Tuatha erano svaniti dalla faccia della terra. I quattro fanciulli non avrebbero rivisto mai pi i volti dei loro cari.
Senza pi casa e ancora in bala dell'incantesimo, i cigni tornarono allora a Inishglora. L incontrarono un eremita di nome Mo Caemc, che si era stabilito da quelle parti e viveva in una chiesa di pietra a forma circolare che lui stesso aveva costruito.
Prese sotto le sue cure i quattro cigni e costru catene d'argento per adornare i loro delicati colli.
La liberazione da quell'eterno incantesimo sarebbe avvenuta, come aveva predetto Aoife, con il matrimonio tra un uomo del nord e una donna del sud.
Un re di Connacht spos infatti la figlia del re di Munster. Dopo aver ascoltato la storia di quei cigni superstiti di un'epoca antica, il re fece irruzione nella cappella dell'eremita e prov a togliere loro le catene d'argento.
Non appena le tocc, il metallo si fuse e con esso le piume degli uccelli, e i figli di Lir ritornarono esseri umani. Non erano per pi fanciulli, ma vecchi raggrinziti deboli e stanchi.
Le loro tristi vite erano giunte al termine e, quando morirono, il monaco li seppell in modo tale che i quattro si proteggessero a vicenda come avevano fatto durante le notti invernali nel mare: Fionguala al centro della tomba, Conn alla sua destra, Fiachra a sinistra e Hugh sul suo petto.
La costante devozione dei figli di Lir venne ricordata per secoli dopo che le pietre ricoprirono il loro sepolcro a Inishglora.
I cristiani costruirono un monastero sulla rocciosa isola e la gente percepiva nell'aria di quel luogo un'inafferrabile purezza, come se l'amore dei quattro fanciulli perennemente si eternasse da sotto quelle pietre.
Fatto ancora pi sorprendente, i corpi di coloro che venivano seppelliti a Inishglora non deperivano.
Le secolari sofferenze patite dai figli di Lir erano punizioni inflitte a innocenti da una forza che non poteva essere modificata una volta risvegliata.
Quando Aoife aveva pronunciato le parole dell'incantesimo, aveva stabilito una successione di eventi che niente avrebbe potuto contrastare o alterare finch non avesse esaurito il suo corso.
Una formula magica era una storia (la parola stessa significa racconto), una storia con un finale blindato. Una volta cominciata, la storia si avviava inesorabilmente alla conclusione annunciata dall'incantesimo stesso.
A quei tempi la magia era cos potente da modificare la natura dell'esistenza e mutare la struttura dell'universo.
Recava quindi con s molti pericoli, specialmente nell'et arcaica, quando erano molti gli esseri che potevano accedere al mondo magico.
Il rischio era corso anche da coloro che praticavano la magia, come ha mostrato il racconto dei cigni con la trasformazione di Aoife in corvo.
Nelle epoche pi antiche, gli incantatori erano invisibili. Gli uomini che si sostituirono a essi come dominatori della terra ricordavano queste prime razze nei canti e nelle storie, chiamandoli a volte demoni, a volte antichi di. Eppure i loro predecessori erano molto pi che semplici ricordi. Per molti secoli, gli spiriti degli antichi continuarono a muoversi sporadicamente tra i mortali e uomini e donne potevano osservare i segni dei loro arcani e primordiali poteri.
Temendo l'accrescersi del potere degli uomini, il dio greco Zeus diede alla giovane Pandora uno scrigno sigillato e vietato agli uomini. Curiosa, come il dio aveva sospettato, Pandora sollev il coperchio e sul mondo si riversarono le ombre del male e della catastrofe.
L'atteggiamento degli esseri antichi nei confronti degli usurpatori era ambiguo, di amore e odio, e, se consideriamo i poteri che controllavano questo comportamento li rendeva realmente pericolosi.
I racconti che mostrano il loro potere e la loro ostilit verso gli esseri umani fanno parte dei pi antichi miti della creazione.
Secondo i saggi greci, per esempio, l'umanit venne forgiata dal titano Prometeo e ricevette il respiro vitale da Zeus, re degli di immortali.
Per dare potere alle piccole creature da lui modellate, Prometeo rub il fuoco sacro. Lo fece contro il volere di un Zeus timoroso che l'umanit si elevasse al cielo per distruggere gli di se le fosse stata concessa troppa forza.
La punizione di Zeus giunse velocemente. Incaten a una roccia il titano per l'eternit, mentre un'aquila gli divorava le carni e il fegato.
Il dio degli di pronunci anche un incantesimo
come punizione contro l'umanit.
Cre la donna, essere dalla bellezza
sorprendente e dotata di grande fascino e
perizia nelle arti dell'amore.
Si chiamava Pandora. Zeus la diede in moglie a Epimeteo, fratello di Prometeo, che viveva nel mondo degli uomini. Ella port in dote uno scrigno, che il dio le disse di non aprire mai, poich il tesoro in esso contenuto era pericoloso.
Epimeteo lo nascose con cura, ma la novella sposa era cos tormentata dalla curiosit che dopo aver cercato dappertutto riusc alla fine a trovare il nascondiglio.
Prese lo scrigno e corse in camera, dove poteva agire indisturbata. Poi lo apr.
Dentro la scatola c'era il buio. Da esso fuoriuscirono ombre che invasero le pareti della stanza e volarono fuori dalla finestra, vagando libere nell'aria.
Quell'oscuro oggetto non custodiva altro che tutti gli orrori del mondo, i demoni della povert, della pestilenza, della fame e di ogni calamit che si sarebbe abbattuta sull'umanit intera nei secoli futuri.
Come Zeus aveva previsto, la donna era troppo debole per poter custodire lo scrigno. Pandora, nel cui nome si celebrava ironicamente il destino degli uomini - significa infatti tutti i doni -, aveva liberato il male nel mondo.
Lo scrigno di Zeus possedeva le stesse caratteristiche degli incantesimi. Era pieno di forze occulte che, una volta liberate, sarebbero divenute incontrollabili.
Uno solo dei doni contenuti nello scrigno aperto da Pandora rivelava la compassione di Zeus verso la Terra: la speranza, che dall'inizio del tempo allevia le sofferenze degli uomini.
Ma il comportamento del dio nei confronti della razza umana, ai suoi occhi minacciosa, rivelava soprattutto la stessa beffarda malvagit che avrebbe caratterizzato anche i futuri maestri di incantesimi.
Era come se gli antichi popoli della terra, che possedevano ancora poteri superiori alla possibilit umana, sapendo che i mortali avrebbero governato il mondo non appena la loro stirpe fosse scomparsa, volessero conservare il proprio effimero dominio con tutti i mezzi.
Per conseguire i loro fini, prepararono perci delle trappole per i loro successori umani: formule e incantesimi di cui anche gli uomini si sarebbero per serviti.
Furono molti i patti che intercorsero tra gli abitanti del mondo fantastico e gli uomini: magie e incantesimi in cambio del riconoscimento della potenza celeste.
Gli uomini per, questa  forse la loro natura, a volte non mantenevano fede a quei contratti esoterici, e finivano cos per scatenare la vendetta cosmica e causare sofferenze e patimenti.
Gli irlandesi raccontavano la storia
 di Gerald, conte di Desmond, proprietario di molte terre nella contea di Kildare. Suo padre era un mortale, ma sua madre era una fata di nome ine. Il conte era famoso come guerriero e vantava un'altra particolarit: si diceva che i suoi antenati gli avessero donato la facolt di assumere le pi diverse sembianze.
Gerald spos una donna che desiderava conoscere la magia, ma si rifiutava di renderla partecipe dei suoi segreti.
 meglio che la magia non venga divulgata le ripeteva.
Tuttavia, poich amava sua moglie e poich lei era riuscita a convincerlo dolcemente, con baci e carezze, esaud il suo insaziabile desiderio.
Per farvi piacere, mia signora, mi trasformer le disse. Fate per attenzione, perch la mia metamorfosi vi far paura. Non piangete quando mi vedrete; non mostrate segni di paura, poich se questo dovesse accadere, le catene dell'incantesimo mi avvinghieranno per molte generazioni impedendomi di ritornare nel mio corpo.
"Non preoccupatevi, mio amato replic con orgoglio la donna. Sono figlia e moglie di due grandi guerrieri. Non avr paura.
Guardate, allora disse il conte, e la baci. Non fece alcun rumore, e un attimo dopo era scomparso.
La contessa attese alcuni istanti, poi sent un cinguettio e vide un cardellino che le volava sulle spalle.
Sorrise piacevolmente sorpresa, e not che l'uccellino scuoteva la piccola testa in segno di gioia. Poi il cardellino and a planare sul davanzale della camera. La contessa rideva.
Proprio in quel momento, da fuori giunse un agghiacciante verso. Un velocissimo falco stava puntando con gli artigli spiegati al cardellino.
La contessa strill e balz in avanti per proteggere il marito.
Il cardellino, come rapito da un soffio, scomparve, mentre il falco, defraudato della sua preda, devi bruscamente la rotta e sal nuovamente alto nel cielo. La contessa rimase sola.
Cos fu per tutto il resto della sua vita. Poich aveva inconsapevolmente infranto le regole dell'incantesimo, non rivide mai pi il marito.
Altre persone testimoniarono in seguito di averlo visto, e si racconta che il conte, insieme a una banda di guerrieri, dorm per secoli in una caverna sotto le sue stesse terre e che ogni sette anni cavalc su cavalli bianchi con ferri d'argento intorno al Curragh, un enorme terreno di pascolo nel Kildare.
Solo quando gli zoccoli del cavallo fossero stati percepiti dal fine udito di un gatto, il conte sarebbe tornato definitivamente sulla Terra e avrebbe regnato come re d'Irlanda.
La maggior parte dei racconti di magie e incantesimi dei tempi antichi, fortunatamente non era cos triste. Talvolta, per, le sfide lanciate dai maestri di incantesimi erano cos sottili e indefinibili che gli esseri umani faticavano molto a comprenderne la gravit.
Non riuscendo a riconoscere la natura pericolosa degli esseri con cui avevano a che fare, gli uomini e le donne trattavano la magia superficialmente e pagavano il prezzo della loro noncuranza.
Cos accadde a Finn Mac Cumal e ai suoi guerrieri che erravano per le montagne e le coste d'Irlanda.
I guerrieri del Fianna, questo il loro nome, erano una compagnia celeste, istruita ed esperta in ogni disciplina umana, dalla declamazione dei poemi irlandesi all'uso delle armi sul campo di battaglia.
Oltre a ci, i guerrieri del Fianna conoscevano il modo per valicare il confine tra il mondo reale e quello fantastico.
A quei tempi, il popolo di Tuatha - quello di Lir e del Grande Re Bodb il Rosso -era scomparso gi da molto tempo.
Tuttavia, l'ingresso nel loro mondo invisibile non era completamente chiuso.
Lo stesso Finn spos una fata dalla quale ebbe un figlio, e molti dei suoi cavalieri si avventurarono nei territori incantati dei Tuatha.
La facilit con cui gli uomini di Finn transitavano dal reale al fantastico fece crescere nel loro cuore una certa arroganza.
Tra i guerrieri, per esempio, ve ne era uno di nome Iollan, che divent amante di una giovane fata. Egli la trattava con indifferenza, un atteggiamento che alla fine gli cost caro.  sempre un errore, infatti, prendersi gioco di una fata.
L'inizio della loro vita insieme fu idilliaco. Pochi videro l'amata di Iollan e nessuno menzionava il suo nome - si chiamava Cuore d'Oro - senza lodare la sua bellezza e il suo fascino misterioso e solare.
Quando Iollan la voleva con s, egli semplicemente la invocava e la fata obbediente appariva, muovendosi al limite del suo mondo fino a quando il guerriero non la seguiva nel regno incantato, che poteva trovarsi all'incrocio di un sentiero in una foresta, sotto il mare o le acque di un lago.
In cambio di tutti i piaceri che gli diede, Cuore d'Oro chiese a Iollan solamente la sua fedelt, ed egli gliela promise.
Ti riporter nel tuo mondo gli disse la fata. Se mi tradirai, Iollan, dovrai lasciare il tuo popolo per sempre.
Iollan rise e l'attir a s. Quel giorno non parlarono pi. Ma Iollan non mantenne la sua promessa.
Quando il suo capo Finn gli offr in sposa una donna mortale, Tuiren, accett: era nipote di Finn ed era un'offerta che non voleva rifiutare.
Condusse la donna nella sua fortezza, dove vissero felicemente, e Iollan non pens pi a Cuore d'Oro. Cess cos d'invocarla.
Trascorsero alcuni mesi. Un pomeriggio, Cuore d'Oro apparve nel cortile del palazzo di Iollan, ma il cavaliere non la riconobbe. Era infatti mascherata da ambasciatrice del Fianna, con mantello e stivali, a cavallo di un robusto pony.
Il suo arrivo dest un tumulto nei sudditi di Iollan ed egli le and incontro per salutarla.
Vi do il mio benvenuto, ambasciatrice le disse. Qual  il motivo che vi ha spinto fin qui?.
Finn vi manda i suoi saluti e vi chiede di raggiungerlo rispose la messaggera.
La sua voce aveva un suono vagamente familiare, che per Iollan non riusc a riconoscere. Era preoccupato di lasciare sola la moglie che, come aveva gi rivelato orgogliosamente al popolo, aspettava un figlio.
Verr disse alla fine.
Reco anche un messaggio per Tuiren, la vostra signora continu la donna. Da Finn in persona.
Bene, ve la far chiamare. Iollan mand a chiamare la consorte da una serva e si diresse alle stalle.
Vedendo la messaggera di Finn che camminava nel cortile accanto al suo irrequieto pony, Tuiren la salut con estrema cortesia.
Quando quest'ultima le chiese di recarsi in un luogo appartato, la condusse nella bella camera fatta costruire in quei giorni appositamente per le donne.
Riferiscimi le parole di Finn le chiese Tuiren non appena le due donne furono sole.
La messaggera la fiss solo per un momento, che fu sufficiente per far abbassare i timidi occhi di Tuiren. La moglie di Iollan non si accorse perci che la fata aveva tirato indietro il mantello e fatto apparire un bastone di nocciolo.
Tuiren sent solamente la voce di una donna che emetteva un'acuta, appassionata melodia, ma che un momento dopo era scomparsa.
La camera prese a ruotare, a staccarsi da terra e a proiettarsi nel cielo; l'aria sibilava nelle orecchie di Tuiren, e un'oscurit cos profonda la soffoc nel suo buio che la donna svenne.
Quando riprese i sensi, si trov a fissare gli stivali della messaggera di Finn. Tuiren grid e dalla sua bocca usc l'affannoso gemito di un cane spaventato. Indietreggi e sent le unghie di una bestia che graffiavano la pietra.
Con orrore si accorse che quelle unghie erano le sue unghie. Aveva perso le sue sembianze di donna per assumere quelle di un piccolo segugio da caccia.
Sopra di lei, la voce della visitatrice diceva: Provate a essere un segugio per alcune settimane, mia signora. Lo troverete istruttivo e smettete di gemere, altrimenti sentirete la mia frusta.
Tuiren si calm. Siete proprio in un gran pasticcio aggiunse la fata, e cominci a ridere.
Senza aggiungere altro, raccolse il segugio e and dal suo pony. Subito lasci la fortezza di Iollan e si diresse a sud-ovest attraverso la campagna.
Cavalcarono per settimane, durante le quali Tuiren sub ogni genere di umiliazioni: era costretta a piangere quando aveva bisogno di fermarsi; doveva abbaiare quando voleva del cibo, che mangiava per terra, fissando le formiche che strisciavano.
Constat di essere veloce nel correre ma, poich era incinta, non poteva mantenere a lungo l'andatura del pony. La sua guardiana parlava poco, apriva bocca solo per impartirle ordini.
Alla fine, giunsero a una porta. La messaggera scese da cavallo e mise a terra Tuiren, dicendole: Questa sar la tua dimora per un po di tempo.
no, non qui, le fece eco la voce di un uomo. Non voglio cani sporchi qui attorno.
Tuiren si fece piccola dietro le gambe della messaggera, che con un gentile calcio nei fianchi la spinse in avanti.
Questo segugio appartiene a Finn e gli  molto caro. Egli vi ordina di averne cura, Fergus. non portatelo a caccia ora, poich  vicino il momento del parto.
Cos Tuiren fu condotta nella dimora di Fergus, guerriero di Finn, sulle coste di Qalway Bay, affinch ne avesse cura.
All'inizio, l'uomo la trascurava, ma la piccola bestia era cos deliziosa, timida e umile, che alla fine Fergus le concesse di sdraiarsi vicino al focolare. Talvolta il suo nuovo padrone l'accarezzava.
E Iollan? Mentre Tuiren conduceva la vita di cane nella fortezza di Fergus e Cuore d'Oro si dirigeva nelle sue terre incantate, attendendo tranquilla lo sviluppo degli eventi, Iollan cercava la sposa, ed era giunto alla fortezza del Fianna sulla collina di Alien, che sorgeva tra gli acquitrini di Leinster.
Scopr che nessuno lo aveva convocato; ritorn allora al castello, scoprendo che Tuiren era scomparsa. Indag presso i suoi sudditi ma questi non sapevano niente.
Invi squadre di cercatori nei suoi territori e nelle zone limitrofe ma non trov alcun segno della moglie.
I
mesi passarono e la notizia della scomparsa di Tuiren giunse fino alle orecchie di Finn. La sua risposta non tard a venire: o Iollan riportava a casa sana e salva sua nipote o sarebbe stato sottoposto a giudizio e punito.
La punizione per un delitto, dato che cos era stata interpretata la scomparsa di Tuiren, sarebbe stata molto severa: Iollan sarebbe stato chiuso in un sacco e gettato in acqua affinch annegasse; oppure sarebbe stato allontanato su un'imbarcazione priva di equipaggio e timone, costretto a errare fino alla morte per sete o freddo; o, ancora, anche se fosse sfuggito alla morte, sarebbe stato probabilmente accecato, pena assai diffusa in quell'epoca.
Iollan chiese pi tempo per cercare la moglie; gli fu concesso. Continu la sua affannosa ricerca ma Tuiren era ben nascosta, e risultava introvabile.
Alla fine, guidato dalla disperazione, mentre stava adagiato su una panca del suo silenzioso salone con le mani nei capelli, lo sfortunato marito invoc la fata che aveva tradito.
Con un debole fruscio della seta, accompagnata da una brezza che profumava di fiori di melo, apparve Cuore d'Oro.
Lo fiss intensamente. Per molti mesi ho aspettato che mi chiamassi disse.
Il tono della sua voce era dolce, dolce come la voce della messaggera di Finn. Iollan sollev il capo, e spalanc gli occhi.
Tu hai preso mia moglie! esclam.
non preoccuparti, non corre alcun pericolo, anzi, ti devo portare una bella notizia: ha partorito due splendidi cuccioli.
L'uomo la fiss. Ora tua moglie  un cane, Iollan continu la fata. Una dolce, piccola femmina di segugio grigio.
Iollan lanci un grido di collera e balz in piedi.
Impassibile, ella gli disse: Ho lanciato l'incantesimo quando mi hai tradito. Ora quello che voglio  molto semplice: far tornare tua moglie una donna e la riporter a suo zio Finn soltanto se tu lascerai il tuo mondo e resterai per sempre con me.
E i miei figli? domand disperato.
Ah, Iollan. Purtroppo non sapevo che Tuiren fosse incinta quando ho formulato l'incantesimo, perci non ho pronunciato i nomi dei tuoi figli. Essi non potranno quindi abbandonare le loro sembianze attuali.
Mentre pronunciava queste terribili parole, Cuore d'Oro restava impassibile, bench la sua voce avesse assunto una sfumatura beffarda.
Questa storia chiarisce il motivo per cui il nome del guerriero Iollan  svanito dagli annali del Fianna.
Come tutti sapevano, egli scomparve nella terra fatata dei Tuatha per vivere sotto il dominio della sua amante. Furono ridate le sembianze umane a Tuiren e Fergus la riport al suo parente Finn, insieme ai due cuccioli che aveva partorito.
Finn combin un secondo matrimonio per la nipote ma tenne i cuccioli con s e, con il tempo, essi diventarono i suoi segugi preferiti.
La loro dolcezza divenne famosa in tutto
il regno cos come la loro intelligenza e arguzia, che sembravano quasi umane.
Il racconto della scomparsa di Iollan era molto noto a quel tempo. Le fate erano esseri desiderabili e i loro doni magici una tentazione pericolosa per uomini e donne che cercavano di trarre piaceri o poteri da essi.
A causa di questo desiderio molti morivano, scomparivano o si trasformavano in animali.
Tuttavia, immemore dei pericoli della gente e delle cose del mondo antico, l'umanit sempre pi spesso trattava le antiche razze con superficialit, proprio come aveva fatto Iollan, o talvolta in modo anche peggiore.
Cos accadde agli abitanti della citt tedesca di Hameln, sin dal tempo dei Sassoni animato centro sul fiume Weser, prospero per la pesca e per i campi di grano che si stendevano fino alle pendici del monte Poppen.
Una cinta di mura proteggeva Hameln dai nemici, una bella chiesa ospitava i suoi fedeli e una piazza lastricata, con una splendida fontana scolpita, accoglieva le donne che ogni mattina si riunivano per chiacchierare mentre lavavano i vestiti e attingevano l'acqua.
Come tutte le citt medievali, anche Hameln aveva una sua piaga, il Rattus rattus, cio il ratto nero.
Questi portatori di malattie, detti i cagnolini del diavolo, vivevano nel grano, nel pesce e nella carne; avevano denti cos forti che, per impedire che crescessero, se
li indebolivano rodendo i muri delle case. I topi dimoravano sotto i cornicioni, si rifugiavano tra i muri e dormivano nelle cantine, riproducendosi incessantemente con estrema rapidit. Erano cos numerosi che i gatti non potevano cacciarli; diventavano insensibili ai veleni; inoltre, essendo creature intelligenti, impararono a evitare le trappole. Era impossibile eliminarli e perci i cittadini di Hameln erano costretti a conviverci, brontolando quando il cibo veniva rubato o i bambini morsicati.
Tutto cambi un giorno di giugno di settecento anni fa. Uno straniero si aggirava per la citt, alto e allegro, vestito in modo variopinto come un pazzo o un giocoliere itinerante.
Nella piazza un gruppo di persone curiose e chiacchieronesi radun intorno a lui. Gli stranieri, infatti, non erano molto comuni a quell'epoca. Il forestiero chiese dell'acqua e del cibo, e gli furono dati.
Poi il capo della corporazione degli artigiani disperse la folla e la mand a dedicarsi ai propri affari.
noi non ci preoccupiamo molto dei forestieri qui disse allo straniero. Ma tu, come pagherai per le provviste che ti sono state date?.
Lo straniero estrasse dalla sacca un piffero: Pagher con una canzone, maestro gli rispose.
Port lo strumento alla bocca e suon una melodia cos deliziosa che tutti quelli che la udivano smettevano di lavorare, ascoltavano e sorridevano, nessuno parlava mentre lui suonava.
Quando il suono fin, il capo della corporazione, ancora stregato da quell'incantesimo, continu: Che cos'altro sai fare?.
Questo strumento ha molte qualit rispose il pifferaio. Esegue tutto quello che io gli chiedo.
Sei un mago?.
Chi pu dirlo?.
Il capo chiam altri cittadini per consultarsi presso la fontana. Nel frattempo, il musico fece alcuni passi, esaminando gli stretti vicoli che si dipartivano dalla piazza.
Alla fine, stanco del brusio dei suoi ospiti, disse: Posso liberare questo luogo dai ratti, se volete, in cambio di un premio.
Quale premio? chiese il capo.
Trenta fiorini potrebbero andare bene. Spesso devo usare l'oro degli uomini.
Cos l'affare venne concluso. I cittadini indietreggiarono e osservarono il pifferaio con trepidazione. Lui sorrise. Ricordatevi che avete un contratto con me. Dovrete rispettarlo. Ricordate anche che il mio piffero ha molti suoni. Poi attravers la piazza e usc dalla citt.
La mattina seguente ricomparve. Cominci a suonare e la musica del suo piffero svegli gli abitanti di Hameln. Aprirono le imposte e videro il pifferaio che sulla piazza danzava suonando una strana allegra musica.
Dovunque andasse, i topi lo seguivano. Uscivano dalle finestre, dalle fessure nelle fondamenta e dalle tane sugli alberi.
Una massa di corpi pelosi inizi a zampettare e a seguire il pifferaio. Quando tutti i topi della citt si furono radunati intorno all'incantatore, egli li condusse sulle sponde del Weser e lo attravers continuando a suonare. I ratti lo seguirono.
A migliaia scesero le sponde e sguazzarono dietro il pifferaio quando si immerse nell'acqua pi profonda.
Incantati dalla musica, i ratti non erano capaci di ritornare a riva. Si agitavano invano, tentando di contrastare la corrente. La popolazione di Hameln si raccolse presso le rive del fiume, schernendo e gettando sassi contro gli animali agonizzanti.
Quando sull'acqua non vi furono che corpi inerti, che fluttuavano alla deriva nella corrente, il pifferaio smise di suonare e usc dall'acqua. I suoi vestiti erano asciutti.
Il giovane incantatore disse al capo della corporazione:  finita, amico mio. Ora pagami, e riprender la mia strada.
L'uomo cominci per a tergiversare e a contrattare sul prezzo. Trenta fiorini sono troppi per il lavoro che hai fatto disse te ne posso dare solo dieci.
Il pifferaio lo fiss con calma, e replic: Non rompere il contratto, amico mio. Ricordati che avevi promesso. Ti ho gi detto che il mio piffero ha molti suoni.
Il capo scosse la testa e lo guard impassibile, mentre gli altri scrollavano le spalle e si allontanavano.
Il pifferaio percorse a grandi passi la strada che conduceva in campagna. Poco dopo il suo berretto scarlatto scomparve tra le distese di grano.
Ritorn all'alba del giorno seguente e la musica del suo piffero lo precedette, inondando i campi, la porta, la piazza, le anguste strade e le case di legno di Hameln. Uomini e donne, avvolti dalla melodia, si impietrivano come statue.
Non i bambini per. Uscirono dai loro letti e balzarono gi dalle sedie, e rapiti dalla musica si diressero alla piazza.
Scesero tutti quelli che sapevano camminare, dai bambini di un anno agli adolescenti.
Seguirono la musica come se fossero ciechi e muti, e affollarono le strade con indosso solo le camicie da notte.
Il suono del pifferaio riempiva l'aria e dietro di lui i fanciulli cominciarono a correre e a camminare per la citt, riversandosi poi fuori, verso la campagna.
Da Hameln scomparvero 130 giovani. Alcuni giorni dopo, due fanciulli sanguinanti
e quasi muti vennero trovati fuori della citt.
Uno di loro era stato accecato; l'altro, a quanto sembrava, aveva perso i sensi.
Il bambino cieco disse che il pifferaio li aveva condotti attraverso i campi fino al monte Poppen. Si era aperta una breccia nella montagna e tutti i suoi compagni avevano seguito l'incantatore dentro quel gigante di roccia.
Lui era stato troppo lento; il muro di rovi gli si era chiuso davanti.
Dopo di quello, non ricordava pi niente: si era risvegliato ai bordi della strada con l'altro bambino che piangeva accanto a lui.
Gli abitanti di Hameln cercarono l'entrata che li conducesse nella montagna, ma non riuscirono mai a trovarla.
I cittadini non dimenticarono mai la sciagura: per secoli gli eventi della citt furono datati a partire dal giorno della scomparsa dei bambini.
Quando fu costruita una nuova porta della citt, furono incise queste parole sulla pietra: Centum ter denos cum magus ab urbe puellos ducerat ante annos CCLXXII condita porta fuit (questa porta fu costruita 272 anni dopo che il mago port fuori dalla citt 130 bambini).
Essi si tramandarono di generazione in generazione il racconto, ricordando ai figli e ai nipoti quanto fossero stati folli i loro antenati e quanto dolore aveva pervaso la citt.
Coloro che osavano trattare con le creature fatate del mondo antico - dicevano -dovevano assolutamente seguire le regole imposte da questi.
Per assicurarsi che i figli non dimenticassero quel monito, la gente di Hameln cre un triste simbolo del pifferaio e del suo potere: i dolci della citt ebbero da quel giorno la forma di ratto.

UN MAGICO SONNO.

La magia che un tempo avvolgeva senza limiti il mondo era una forza che pochi mortali potevano capire o ostacolare. Le sole parole, pronunciate dai maghi, erano in grado di scatenare una serie di eventi destinati ad accadere finch il ciclo non si fosse concluso.
Una fiaba francese descrive l'inesorabile storia di un incantesimo.
Un feudatario viveva con la moglie tra le rigogliose colline della Borgogna. Essi erano cugini, rampolli di un'antica casata e la loro vita era piacevole sotto tutti i punti di vista, poich le loro terre erano ricche. Vigneti, campi e terreno di pascolo regalavano grande abbondanza; si diceva che le rose dei giardini del castello fiorissero in tale quantit che niente poteva fermarle.
Solamente in una cosa il regno non era florido: la coppia era senza figli. Agli inizi del loro matrimonio non sembrava molto importante, ma con il passare degli anni i sudditi di quella piccola corte cominciarono a mormorare nei corridoi e a fare domande alle ancelle e alle lavandaie, non si sa se il feudatario e sua moglie avessero sentito queste chiacchiere, si sa solo che il marito divent pi aggressivo nei confronti della donna mentre lei continuava invece a essere sempre gioiosa e contenta come prima.
Giunse infine il giorno in cui annunciarono a tutta la popolazione di essere in
attesa di un figlio.
La donna partor una femmina, una florida bambina destinata a diventare una ricca ereditiera, e i festeggiamenti per la nascita furono sontuosi, nei campi e nei villaggi, la gente comune accendeva fal, e di notte la campagna rifulgeva. Nel
castello, dove i cortigiani festeggiavano, i saloni brillavano alla luce 
delle torce e risuonavano di musiche.
Il giorno del battesimo, tuttavia, un'ombra malvagia avvolse la corte. 
Tra il suo seguito, il feudatario aveva infatti alcune dame di corte dotate 
di misteriosi poteri. Si diceva che nelle loro vene scorresse il sangue 
delle fate, e forse ci era vero, poich a quei tempi le fate si mescolavano 
liberamente agli esseri umani.
Queste donne si radunarono in occasione del battesimo, come era loro 
consuetudine. Una di loro per, per ragioni che anche dopo risultarono 
incomprensibili, maledisse la neonata. Incombendo minacciosamente sulla 
culla, la donna mormor: "Questa bambina morir proprio il giorno in cui 
diventer una donna. Si punger il dito con un fuso e la ferita la 
uccider".
 I musici fecero silenzio e un tremito percorse la compagnia. La nutrice 
della bambina si accovacci fieramente sopra la culla e allontan la strega. 
Nel silenzio si ud un'altra voce, molto dolce: "Non posso annullare 
l'incantesimo, sorella, ma posso modificarlo. La fanciulla non morir, ma 
dormir per cento anni, e il giorno in cui si sveglier, diventer una 
donna". Le due fate si fissarono per un attimo, poi entrambe svanirono.
Il castellano e la moglie fecero il possibile per proteggere la figlia. 
Proibirono la presenza di qualsiasi rocca o fuso nel castello e non 
permisero alla bambina di lasciare le sue stanze. Ella trascorse l'infanzia 
nella sua prigione dorata, senza mai vedere la filatura del lino o della 
lana.
 Tuttavia, ogni casa antica ha stanze di cui non si ricorda l'esistenza. 
Quando la fanciulla comp quindici anni e prese a vagare irrequieta per le 
sale, giunse in una polverosa stanza della torre. Era senza mobili, ma una 
vecchia donna sedeva nell'anfratto del muro. Teneva in una mano una rocca 
per filare il lino e nell'altra tirava i fili che si avvolgevano attorno
a un fuso.
La fanciulla rimase deliziata alla vista, e si fece avanti curiosa. Senza 
dire una parola la megera si alz dal suo posto e le porse la rocca e il 
fuso. Il dito della giovane scivol sulla punta del fuso: vacill un 
momento, poi scivol a terra senza far rumore. La vecchia ridacchi 
silenziosamente e scomparve.
 La fanciulla fu ritrovata alcune ore dopo, rosea come era sempre stata ma 
immobile come morta. Il respiro profondo appannava lo specchio tenuto 
dinanzi
alla bocca per controllare che fosse ancora viva. Fu condotta nella sua 
camera. I suoi genitori in lacrime giacevano accanto al letto e le stavano 
vicino piangendo.
Quel giorno accadde per una cosa singolare. Per attenuare l'effetto 
dell'incantesimo, e poich gli abitanti del castello non avrebbero potuto 
vivere cento anni e attendere il risveglio della fanciulla, una fata scivol 
nelle stanze della propriet e addorment tutti. I gatti giacevano inerti 
sui davanzali delle finestre, i cuochi sonnecchiavano sui lunghi tavoli,
i fuochi a poco a poco si spegnevano; nei saloni del castello i cortigiani 
scivolavano a terra; nella camera della figlia il castellano e la moglie 
dormivano distesi l'uno accanto all'altro, e tutto rest immerso nel 
profondo silenzio di quel tempo addormentato. Sui muri, verdi virgulti 
tremavano e si arrampicavano verso il cielo: strisciavano lungo le pietre 
prima come semplici filamenti, poi sempre pi fitti, con inesauribile 
energia. Raggiunsero la cima dei muri e i fili cominciarono a crescere e a 
infoltirsi e a fiorire, formando una massa di rovi e rose che ricoprirono il 
castello. In poche ore l'incantesimo fu completo e del palazzo restarono 
solo le scintillanti torri che affioravano da uno splendido roseto e su cui 
riflettevano i raggi del sole.
Per cento anni, solo il roseto domin il paesaggio. La regione intorno al 
castello divent selvaggia; gli abitanti lasciarono la campagna, prendendo 
con s i figli, il bestiame e qualsiasi cosa potessero caricare sui carri; i 
viticci appassirono e il grano secc; le case e i granai andarono in rovina; 
la ruggine attacc gli alberi e subito la terra divenne arida e bruciata, 
priva di abitanti eccetto occasionali pastori solitari che transumavano
con le greggi.
Di tanto in tanto, un avventuriero attraversava quella landa desolata
e scorgeva le torri affiorare dal roseto. Cercava con forza di abbattere
il muro di rovi, aprendosi un varco con la spada o la scure. Le rose per erano
cos resistenti che riuscivano a opporsi e respingere l'intruso: le spine lo avvolgevano come serpenti e lo stringevano come in una morsa, imprigionandolo e ferendolo al collo e su tutto il corpo. I rovi spingevano poi il malcapitato al centro del muro fino a soffocarlo e ucciderlo. Subito le sue carni si dissolvevano e solo lo scheletro rimaneva ancora intrappolato, come sinistro ammonimento per chiunque avesse osato sfidare quell'arcana barriera naturale. Spinti dall'orgoglio, molti osarono, e tutti morirono.
Il tempo passava. Nei primi giorni di maggio di molti anni dopo, un giovanotto cavalcava audacemente nei campi desolati su cui incombeva l'ombra del roseto. Scese da cavallo presso il muro di rovi e lo osserv da vicino. Con la spada, tocc un ramo. Subito sbocciarono le rose. I rovi si aprirono formando un sentiero dinanzi a lui.
Percorse gli ombrosi cortili e gli oscuri saloni, calpestando i corpi degli addormentati, finch alla fine trov la camera della fanciulla addormentata.
Cammin velocemente verso il suo letto, si chin e la baci. Ella apr gli occhi e gli sorrise.
Non appena le sue labbra si schiusero per manifestare la gioia del risveglio, le campane cominciarono a suonare: si svegliarono il castellano e la moglie, e i cortigiani nelle sale si alzarono e si strofinarono gli occhi.
Nelle cucine, i fuochi si riaccesero. I cani abbaiarono e i gatti sbadigliarono e si stirarono.
Proprio un secolo prima era stata compiuta la magia, e l'incantesimo aveva esaurito il suo compito.
La fanciulla e il giovane cavaliere si sposarono e vissero felici e contenti.

Creature capricciose, potenti e gelose, gli antichi di greci si divertivano con le vite di uomini e donne e questi si difendevano con l'amore, il coraggio e la lealt. Per dimostrare quanto potente fosse la forza del cuore, i Greci amavano raccontare le pene di Psiche e come ella le avesse sopportate.
Psiche, una fanciulla della Caria, regione dell'Asia Minore, era veramente di rara bellezza, alta ed eterea, scura di capelli e con occhi radiosi. Era cos graziosa che scaten la gelosia di Afrodite, la quale us i propri poteri contro di lei. Con incantesimi, la da tenne lontano dalla fanciulla i giovani uomini mortali e le invi il proprio figlio Eros affinch la stregasse e la facesse innamorare degli animali. Tuttavia, lo stesso Eros rimase stregato alla vista della giovane e ne fece la sua preda: la tenne nascosta ai suoi genitori e alla stessa da.
Il padre e la madre di Psiche consultarono l'oracolo di Apollo a Mileto, citt sulla costa, per sapere perch nessun uomo chiedeva la mano della figlia. L'oracolo interpretato da Eros, che aveva assunto le veci di Apollo, spieg che la fanciulla non era destinata a un uomo ma a un drago; perci doveva essere sacrificata su un'alta collina vicino alla citt. Il popolo segu le istruzioni dell'oracolo.
I genitori di Psiche, pur piangendo, portarono la figlia al luogo del sacrificio e l la lasciarono, tra le rocciose vette.
Sola in questo luogo desolato, che si ergeva sopra Mileto, la fanciulla aspettava di morire. Invece la colse il sonno, dolce come la marea della sera, e la fanciulla si adagi a terra.
Quando si svegli, si trov in un altro luogo: non su un'altura arida ma in una verde vallata, solcata da ruscelli argentei e punteggiata da macchie di pioppi e pini. Dinanzi a lei vi era una casa, bassa e bianca, con tegole che avevano riflessi dorati alla luce del sole. Una porta d'oro si apr, e una brezza leggerissima invest
la fanciulla. All'interno vi era un cortile pavimentato con un mosaico di rose, le favorite di Eros. Il profumo di questi fiori era piuttosto intenso.
Non si sentiva alcuna voce umana, n vi era alcuna presenza nella casa. Mani invisibili servivano da mangiare e da bere a Psiche su piatti di bronzo e in coppe su cui erano dipinte scene d'amore.
Quando scese la notte, le stesse mani invisibili la condussero nella camera da letto e, invisibile, giunse da lei l'amante. Con le sue carezze la rallegr, ma della sua voce lei udiva solo un sussurro che le diceva di non guardare mai il suo volto. Egli la lasci prima dell'alba. In questo incantesimo da sogno, Psiche rimase
per molti mesi: sola durante il giorno eccetto per quelle mani che la servivano, di notte in compagnia di un amante che non vide mai. Anche se era deliziata, divenne altres irrequieta e curiosa. Una notte nascose una lampada a olio nella camera e, quando l'amato si volt su un fianco e si addorment, la tenue fiamma illumin il suo volto. Accanto a lei giaceva un essere bellissimo: Eros, il pi splendido dei ragazzi, il pi appassionato degli uomini. La sua schiena non era coperta dal mantello che ricopriva la giovane durante la notte ma aveva potenti ali che riflettevano i colori dell'aurora. Le mani di Psiche tremarono, e gocce del caldo olio della lampada caddero sulla pelle nuda di Eros.
Per un attimo, Psiche divent cieca. Quando torn a vedere. Eros si alzava e la guardava con silenzioso biasimo per il tradimento. Poi se ne and.
Piangendo, la fanciulla lo segu. L'ultima cosa che vide di lui furono le grandi ali che brillavano al chiarore lunare.
La mattina dopo quella lunga, solitaria notte, Psiche inizi a errare per il mondo, vagando da sola nella vallata e giungendo in regioni selvagge, sempre piangendo per Eros.
Cammin per molti giorni, senza sapere dove stava andando, finch perse tutte le speranze e preg Afrodite di riportargli Eros.
La dea dell'amore l'ascolt e, mutevole di umore com'era, le rispose.
Inizi cos la seconda parte dell'incantesimo di Psiche.
La da richiese alla donna una prova di fedelt, ella diede a Psiche alcuni incarichi da portare a termine: doveva selezionare il grano, l'orzo e il miglio che riempivano i granai della da; doveva togliere i velli d'oro degli arieti che pascolavano nelle sue praterie.
La natura stessa ebbe piet della giovane e l'aiut. Si diceva infatti che una moltitudine di formiche fosse apparsa per selezionare il grano al posto suo e che le siepi con i rovi avessero tolto il vello e offerto la lana nelle sue mani.
La natura tuttavia non poteva aiutare la fanciulla nel suo ultimo incarico.
La da invi Psiche nell'oltretomba per prendere dalla regina dell'Ade la magica essenza della bellezza mortale, che Afrodite richiedeva per se stessa.
Armata solo di una pagnotta di orzo per distrarre Cerbero, il cane che era a guardia della porta dell'Ade, e di monete per pagare il traghettatore Caronte che solcava il fiume degli inferi, Psiche entr in una caverna e discese nelle tenebre,
camminando per molto tempo nei meandri gelidi fino a giungere al luogo in cui era a guardia il nero cane Cerbero.
Psiche esit, poich il cane la guardava con i suoi sei occhi di fuoco e le sue tre teste che si torcevano, fremevano, ringhiavano e cercavano di mordere.
Allora gli gett la pagnotta. Il cane si accovacci sul cibo con le bocche che sbavavano; velocemente la fanciulla lo oltrepass e corse lungo il fiume che delimitava l'Ade, in cui il traghettatore Caronte aspettava sempre le anime.
Con le monete pag l'inquietante figura e fu cos trasportata nel mondo dei morti dove cammin tra le ombre che erravano senza sosta.
Alla fine giunse nella profonda caverna in cui si trovava la regina dell'Ade. Illuminata da una fioca luce, Psiche scrut il recipiente, troppo piccolo per contenere l'essenza della bellezza mortale. Curiosa come sempre, ruppe il coperchio e l'apr.
La cassetta non conteneva la bellezza ma un incantesimo di sonno sotto forma di un'ombra di fumo. Esso flu dal contenitore nell'aria e avvolse Psiche nelle sue nere spire. La fanciulla sprofond in un sonno di morte.
Avrebbe potuto rimanere cos per sempre, sola e sotto l'effetto dell'incantesimo, presso la porta del mondo dei morti, se non fosse stato per Eros, impietosito dalla sua punizione. Lasci le sue vette e and per il mondo a cercare la principessa.
La trov, immobile come una morta, sotto l'effetto dell'incantesimo.
Come un potente dio, la svegli dal sonno; la sollev tra le braccia e la port nel suo mondo, e l'amore che era sbocciato nelle tenebre affior nelle regioni dove trionfava la luce.


Capitolo tre.
LIBERATI DALLE SPIRE MAGICHE.

Nei tempi antichi le popolazioni del Galles raccontavano storie sul Pozzo della Fine del Mondo, una fonte le cui acque donavano la vita, anche se non sempre nei modi che ci si aspettava.
Il pozzo stesso era misterioso: appariva all'ignaro viaggiatore in qualsiasi luogo nascosto, in una grotta nelle austere vette della Snowdonia, per esempio, o in un folto intrico d'alberi della foresta di Radnor.
Secondo alcuni lo si poteva trovare lungo le scogliere della costa; alcune generazioni di un'importante famiglia raccontavano invece che il pozzo era stato scoperto anticamente da una loro antenata, nel sud, precisamente nella verde e solitaria valle di Tywi.
Tale scoperta fu attribuita alla figlia di un signorotto della regione, abbastanza potente da essere chiamato principe.
Figlia unica, la fanciulla era allegra e risoluta e, al tempo di questa avventura, riusc a eludere la sorveglianza dei servitori fuggendo nella campagna intorno al palazzo paterno. Si mise a girovagare pigramente lungo la sponda di un piccolo fiume che fluiva sinuosamente attraverso la regione, delimitando i dorati campi di grano. Senza correre ed evitando gli uomini intenti al lavoro nei campi, risal il corso del fiume fino alla foresta.
A mano a mano che si inoltrava nell'oscura foresta, non udiva pi le voci degli uomini e il suono metallico delle falci.
Qui il fiume era un torrente che gorgogliava e aveva formato un sentiero di ciottoli attraverso gli alberi.
La fanciulla lo percorse fino alla fonte e l si ferm. La foresta era diventata scura, e il folto intrico di rami si protendeva verso la sorgente.
Gli unici suoni che si udivano erano il fruscio delle foglie e il mormorio delle acque sulle pietre affioranti dal fiume. L'aria sembrava immobile e come intenta ad ascoltare quei suoni.
La principessa si inginocchi vicino alla fonte e tolse dalla cintura una sfera dorata che conteneva erbe profumate di un dolce aroma. Per un attimo tenne tra le mani quel bell'oggetto, poi lo sollev al cielo per vederne i riflessi sulla superficie scintillante delle acque.
La sfera per le scivol dalle mani bagnate e cadde nel fiume.
Dapprima galleggi emettendo bagliori dorati, poi sprofond in un vortice di spuma. La fanciulla cerc di afferrarla ma non fu abbastanza lesta: la mano sprofond nel buio delle fredde acque.
Allora si alz in piedi e si morse le labbra, preoccupata. La sfera con le erbe aromatiche era infatti un dono per una donna ormai anziana, che da molto tempo aveva superato l'et della fanciullezza.
Nel buio specchio d'acqua non brillava pi alcun bagliore dorato, ma solo il riflesso del suo viso, scuro come un'ombra.
La superficie dell'acqua si incrin, spezzando l'immagine. Da qualche parte, vicino a lei, una voce gutturale e singhiozzante disse: Vorreste riavere il gioiello, signora?.
La principessa si sedette sulle caviglie e guard intorno, ma non vide nessuno. Gli alberi sembravano restare in silenziosa attesa e le acque gorgogliavano contro le pietre delle sponde.
Parla ancora disse la principessa.
Una piccola testa affior dall'acqua: con un poderoso salto un ranocchio balz fuori e atterr sui ciottoli vicini alla fonte. Gocciolante, scrut la fanciulla.
Gli occhi color fango fuoruscivano da una faccia chiazzata che grottescamente accennava a una smorfia. La principessa rimase seduta a terra.
La piccola creatura riprese a parlare. Vogliate dimenticare la mia scortesia, signora disse non sono delle sembianze giuste per inchinarmi.
Chi sei? chiese la principessa.
Un ranocchio, come potete vedere, e, pi precisamente, il guardiano del Pozzo della Fine del Mondo, che ora possiede la vostra sfera dorata.
Puoi rendermela?.
Posso rendervela, questo  sicuro. Non sono un servo per, la riavrete a un certo prezzo.
E qual  il prezzo? chiese la fanciulla. Sapeva dell'esistenza di incantesimi in grado di far parlare gli animali, tuttavia le era difficile non ridere alla vista di quella brutta creatura.
Ecco il prezzo: che voi mi accudiate e mi nutriate dal vostro stesso piatto e mi portiate nel vostro letto. In pi, un'altra cosa, che per non posso ancora dire. Gli occhi gonfi del ranocchio si chiusero e si riaprirono lentamente.
Va bene, ranocchio, pagher, ma ridammi la mia sfera disse la principessa.
Senza proferire parola, l'animale si immerse nella fonte e svan sotto piccole bolle. Quando riapparve in superficie, teneva stretta in bocca la scintillante sfera.
La principessa prese il gioiello dalla bocca del ranocchio ma nel farlo la sua mano sfior la testolina viscida e fredda. Quel contatto la fece rabbrividire. Quindi si alz.
Ti sono grata, ranocchio disse la fanciulla, ma il suo viso tradiva il suo disgusto. Con movimento rapido delle vesti, si volt e si avvi lungo la strada di casa.
Dietro a lei, il ranocchio balz fuori dalla fonte, saltellando talvolta sicuro sulle rocce e i giunchi, talaltra lentamente e goffamente, tenendosi sempre vicino all'acqua e percorrendo lo stesso sentiero della fanciulla.
La principessa attravers velocemente i campi ed entr nel cortile del castello paterno. C'era un guazzabuglio di carri e un gran vociare di uomini: il popolo era intento al raccolto e per questo motivo non era stata notata la sua assenza.
Mentre quella sera stessa sedeva a tavola con il padre nella camera privata situata sopra il salone, la principessa raccont la sua avventura. Nel salone erano imbanditi lunghi tavoli e i sudditi del padre, soldati e servitori, stavano rumorosamente festeggiando la raccolta delle messi. La piccola camera era invece silenziosa. La tappezzeria attutiva infatti i rumori sottostanti e i due potevano mangiare in santa pace.
Nel mezzo del pasto, si ud una flebile ma stranamente profonda voce provenire dallo stivale della principessa. Signore, vi prego, prestatemi ascolto disse con tono di supplica.
Il principe si guard intorno finch non individu il ranocchio accovacciato sul pavimento. L'uomo era molto saggio e abituato a trattare con le creature fatate che si nascondevano nel Galles. Rispose: Vi ascolto.
Un po d'acqua, signore implor l'animale. Il prncipe afferr la creatura e la mise vicino alla bacinella d'argento usata per lavare le mani dopo il pasto.
Con un balzo, il ranocchio si tuff nell'acqua, dove piccoli pezzetti di fango e paglia gli scivolarono via dalla schiena.
Chiuse gli occhi. Alla fine, riprese a parlare e raccont come era stato trovato dalla principessa, come l'aveva servita e quello che lei gli aveva promesso.
Quando ebbe finito, il principe, con una severit mai manifestata prima, chiese alla figlia:  vero? Hai dato la tua parola?.
La principessa scroll le spalle con impazienza. S,  vero, ho detto che avrei pagato, ma questa  una bestia, inferiore persino a uno schiavo.
nondimeno, figlia mia, devi pagare. Sotto gli occhi attenti del padre, la fanciulla dovette cos fare a pezzetti il pane e nutrire il ranocchio. Lo faceva con aria imbronciata, girando la testa quando l'animale tirava fuori la lingua per ingurgitare il cibo.
Quando il pasto fu consumato, ella obbed al segnale del padre e prese con s l'animale conducendolo nella sua camera della torre.
Teneva la zampa posteriore tra il pollice e l'indice, anche se il ranocchio ansimava dolorosamente e le batteva il polso con le zampe viscide.
Lanciandolo ai piedi del letto, la fanciulla entr sotto le lenzuola e si tir la coperta fin sotto il mento. In piena notte tuttavia il ranocchio si sistem sulle coperte e si adagi accanto a lei.
La principessa rimase sveglia per un po, immobile per il disgusto, sentendo il battito del cuore del ranocchio attraverso i suoi umidi e gonfi fianchi.
Al mattino, la piccola creatura era ancora immobile. Si era accovacciata inerte sulla coperta che copriva la principessa, fissandola con gli occhi rugosi e sorridendo.
Principessa disse il ranocchio quando si accorse che si era svegliata. Ho preso il cibo dalle vostre mani e mi avete riscaldato con il vostro corpo. I termini dell'accordo sono stati mantenuti, ma manca ancora una cosa. Quando l'avrete eseguita, tutto finir.
Che cosa devo fare? domand preoccupata la fanciulla.
Tagliatemi la testa e liberatemi da questa misera vita.
A sentire quelle parole la principessa indietreggi spaventata, no, non posso farlo disse singhiozzando.
Dovete, altrimenti non vi libererete mai di me. Vi prego di concedermi questo ultimo regalo: da quando la mia mente  rimasta imprigionata in questo corpo, la mia vita non ha pi senso, io non sono pi niente. Sto cominciando a perdere anche il ricordo di quello che ero, mi smarrisco ogni giorno di pi.
Voi sola potete salvarmi, principessa. Uccidetemi, e sar finalmente libero.
La principessa chiuse gli occhi e lasci scivolare una lacrima. Va bene disse dopo alcuni momenti di silenzio far quello che mi chiedete.
Bene, principessa. Prendete il pugnale che si trova l, sul tavolo, e fate ci che avete promesso.
Il ranocchio scivol sul letto e si lasci cadere pesantemente a terra, dove allung il collo con atteggiamento di sottomissione.
Tremando, la fanciulla prese in mano il pugnale e stringendo gli occhi per allontanare il disgusto gli tagli il collo. Le gambe dell'animale presero a torcersi convulsamente, ma non accadde altro. Per lunghi, disperati secondi, la principessa guard il collo del ranocchio mentre era costretta a infierire su di esso, finch la testa non si stacc.
Stranamente, dalla ferita non usc sangue. Quando l'ultimo legamento che separava il collo dalla testa fu tagliato, il corpo dell'animale mostr che non vi era niente al suo interno. Rapidamente, la pelle si raggrinz e si sgretol. Una risata dest l'attenzione della principessa. Vicino alla finestra si trovava un giovanotto alto, con una veste di velluto e un mantello di pelliccia degno di un nobile; un'aureola dorata incoronava i neri capelli. Le sorrise.
I miei ringraziamenti, principessa le disse. Quella vita era davvero noiosa e solitaria. Poi le avvolse il mantello intorno alle spalle e, prendendole la mano, la condusse alla camera del padre al piano inferiore. La principessa del Galles aveva seguito tutte le regole dell'incantesimo ed era riuscita a liberare un nobile signore dal sortilegio che lo
aveva trasformato in ranocchio e posto come guardiano del Pozzo della Fine del Mondo.
Non si seppe mai la ragione per cui egli era stato trasformato in animale, ma alla principessa certe sfumature importavano ben poco: spos il giovane nobile e insieme vissero felici per tutta la vita.
Nell'epoca in cui viveva la principessa del Galles, la magia era ancora un elemento familiare nel mondo. Molte creature dotate di poteri magici vivevano nascoste alla vista dell'uomo.
L'invisibilit era il loro ultimo rifugio, poich in genere si manifestavano alla realt e, a quanto sembra, si mostravano molto ostili agli umani che governavano quelle terre su cui un tempo esse avevano vagato liberamente.
La natura della loro magia non era cambiata: come prima, essa portava gioia e pericoli, e con le sue formule si realizzavano incantesimi che dovevano compiersi fino in fondo.
A quell'epoca le parole magiche servivano soprattutto a mettere alla prova il carattere degli uomini. Erano le ultime sfide lanciate dal vecchio mondo al nuovo; erano, in altre parole, l'ultima battaglia tra gli spiriti e gli esseri umani.
Gli incantesimi potevano rappresentare delle prove di onore, come accade nella storia del nobile ranocchio, che come si  visto mise alla prova l'onore della principessa. Alcuni erano invece sfide all'intelligenza, alla cortesia, o alla semplice gentilezza degli uomini.
Esistevano magie che, ponendo i mortali in terribili pericoli, ne mettevano alla prova le virt fondamentali per quell'epoca perigliosa: il coraggio e la lealt.
I racconti di avventure pericolose erano soprattutto apologie del valore dei re e dei loro soldati. Il ciclo di re Art di Bretagna ne fornisce molti esempi: i cavalieri erravano per il mondo alla ricerca di avventure che li avrebbero messi alla prova.
Galvano, il cavaliere di Art, un tempo giunse per esempio a una fortezza detta il Castello delle Meraviglie, che era stata adibita per molto tempo a prigione di donne indifese: fanciulle orfane e vedove senza terre.
Solo un prode cavaliere, si diceva, avrebbe potuto liberarle. Il castello era difeso da cinquecento archi che all'unisono scagliavano frecce su chiunque attaccasse la fortezza, e da un gigantesco leone che sbranava coloro che sopravvivevano ai dardi.
Galvano attravers indenne l'inferno delle frecce e decapit il leone, ponendo fine alla prigionia delle mortali.
Molto tempo dopo, suo figlio Gingalin fu mandato a liberare la regina del Galles, che era stata trasformata in drago da alcune streghe.
La sua prigione era una citt di nome Senaudon che, sotto l'effetto di un incantesimo, era stata a sua volta trasformata in una landa desolata.
A cavallo egli varc la porta diroccata della citt e percorse le strade deserte. Quando entr nel salone del castello, fu attaccato da scuri impugnate da mani invisibili e da un cavaliere su un cavallo che esalava fiamme.
Gingalin rimase fermo al proprio posto sfidando l'assalto delle scuri e rimase illeso. Poi uccise il cavaliere, trov il drago e lo baci per liberarlo; in tal modo sciolse dall'incantesimo la regina e la citt.
Queste erano le storie che narravano di eroi. Molte altre, invece, raccontavano le gesta meno eroiche di persone comuni che non cercavano la magia ma ne restavano invece vittime.
Tra questi racconti, uno descrive le imprese non di cavalieri, ma della figlia di un mercante che insieme ai suoi fratelli visse un'incredibile avventura.
In una casetta confortevole - per met rivestita in legno - le cui pareti brillavano dei riflessi delle acque del fiume che scorreva vicino, viveva un ricco marchand de l'eau, un mercante d'acqua: possedeva chiatte per trasportare lungo la Senna grano, sale e vino. Con lui abitavano due figli e una figlia di nome Isabella. La giovane era molto graziosa: piccola ed esile, la carnagione chiara e la fronte alta. Con le vesti e i copricapi di lino che allora indossavano le donne, sembrava fragile come un fiore.
In realt Isabella, la cui madre era morta, si prendeva cura della casa e dei servitori fin dall'infanzia, ed era ormai abituata a comandare.
Non c'era da sorprendersi se la figlia del mercante d'acqua attirasse l'attenzione dei compagni del padre; stupiva invece che ella destasse l'ammirazione di nobili, duchi e conti i cui luminosi palazzi costeggiavano il fiume.
Avvenne infatti che alla fine di un pomeriggio di ottobre Isabella fu convocata nella camera del padre per essere presentata a un nobile corteggiatore.
La fanciulla si ferm sulla porta per osservare l'uomo che parlava con suo padre e i suoi fratelli.
Era cos alto e possente che gli altri diventavano minuscoli come formiche; perfino il rivestimento della stanza sembrava pi piccolo.
Il misterioso ospite aveva i capelli neri, il volto diafano, gli occhi con palpebre pesanti e dalle narici si dipartivano due profondi solchi che scomparivano nella barba nerissima, con leggere sfumature di blu. La bocca spuntava dalla barba e le labbra sottili erano di un rosso scarlatto inusuale per un uomo.
Sebbene indossasse l'abito nero tipico di un vedovo, non lo sembrava affatto. La veste era di un broccato piuttosto rigido e orlato di ermellino; le sue mani brillavano di numerosi gioielli.
Il padre con un gesto gentile fece cenno alla figlia di entrare. Ah, conte Barbabl diceva intanto all'uomo questa  mia figlia, come potete vedere. Vieni, Isabella.
Con compostezza Isabella entr e fece un inchino al conte chiamato Barbabl. Egli le si fece pi vicino e la fiss. Con un dito bianco e gelido segu la linea delle sue guance, della gola e del seno. Una tenera fanciulla di citt, le sussurr dolcemente.
I fratelli, che avevano mantenuto il silenzio per tutta la scena, diventarono furiosi per quel gesto impudente, ma il conte li ignor. La sua mano si ferm sulle chiavi che Isabella portava in un anello alla cintura, simbolo della sua posizione di padrona di casa.
Io vi doner le chiavi di stanze pi belle di queste le sussurr ancora.
Poi, non prestando pi attenzione alla fanciulla, si volt verso il padre e gli disse: Vi mander il mio maggiordomo per definire i termini dell'accordo e se ne and via, accompagnato dagli inchini del mercante, le cui chiacchiere non avevano destato il minimo interesse dell'uomo.
Non appena il conte Barbabl se ne fu andato, i fratelli si strinsero intorno alla fanciulla, parlando furiosamente degli insulti e dell'arroganza del corteggiatore. Isabella non replicava; guardava la via percorsa dal conte, ormai invaghita di lui. Le sue guance si erano arrossate.
Quell'uomo  vecchio, dissoluto e sappiamo che ha seppellito due mogli. Tu non diventerai sua, sorella disse il maggiore dei fratelli.
Invece s, sar sua rispose semplicemente Isabella.
Dopo un mese divent sua moglie. Una settimana dopo il matrimonio, su una lettiga tirata da cavalli, Isabella sedeva accanto al marito, accompagnata da un seguito di carri con viveri e muli carichi di vettovaglie.
Lasciavano Parigi per recarsi nelle terre del conte in Bretagna. I suoi fratelli dissero addio alla coppia con cortesia ma il pi giovane, avvertendo uno strano cambiamento in Isabella che lo sconcertava, le prese le mani tra le sue, dicendole: Se ci chiamerai, verremo, sorella. Il conte si chin e chiuse le tende della lettiga.
Quando si lasciarono Parigi alle spalle, Barbabl disse: Sembra che i vostri fratelli temano che io vi faccia del male, giovane moglie.
L'unica risposta che giunse dalla lettiga fu una indifferente risata.
La dimora del conte era un castello, ben protetto da mura e con torri poligonali dai tetti di ardesia che sembravano galleggiare sulle acque scure del lago. La foresta che lo circondava era desolata, ora che era inverno, e si udiva solamente il verso delle cornacchie sugli alberi.
Un quadro terrificante, che per Isabella non vedeva, n la fanciulla aveva notato le piogge fredde di dicembre che inesorabili picchiettavano sulle tegole del tetto e sulle acque del lago.
Durante i primi mesi che trascorse nel cupo e splendido castello, ella rimase infatti nella camera circolare che Barbabl le aveva assegnato, dove l'aria era tiepida e profumata dai ceppi di legno di melo che bruciavano ininterrottamente nel focolare.
La stanza era tappezzata con delicati arazzi floreali e vi era un letto alto e soffice con lenzuola di seta. Suo marito le stava accanto per ore; poi scompariva dalla camera, forse per dedicarsi ai suoi affari; improvvisamente riappariva, portandole gioielli e vino per riscaldarla. Abbandonata al piacere, Isabella vagava e sognava, ma cominciava anche a diventare irrequieta.
Una mattina, quando si alz dal letto, disse al marito: Voi mi tenete in una prigione dorata, mio signore.
Egli rise e sfior dolcemente la gola della consorte con le bianche dita, dicendole soltanto: Riceverai altre delizie, Isabella. Poi se ne and via.
Quando ritorn, Isabella era in piedi, vestita con la camicia e la tunica e con i capelli raccolti sotto un semplice copricapo di lino.
Barbabl inarc le scure sopracciglia, poi sorridendo le disse: Sei dunque cos desiderosa di assumere i doveri di una moglie?. Gett un anello di chiavi sul letto e aggiunse: Questo  il vessillo della castellana, allora. Prendilo.
Chiam il suo intendente, un uomo magro, misterioso e con un sorriso furbo che perennemente gli segnava le labbra.
Poi incroci le braccia e si accost al letto ascoltando il servitore che spiegava alla donna l'uso delle chiavi: vi era quella per la stanza delle provviste, per la cantina, per i granai, l'argenteria e lo scrigno dei gioielli.
E la chiave d'oro?, chiese Isabella. L'intendente alz le spalle guardando Barbabl.
Quella chiave apre la mia camera disse il marito. Tu non dovrai mai mai entrare.  una camera privata.
Molto bene disse la moglie, e abbass timidamente gli occhi.
Da quel momento Isabella assunse il ruolo di padrona di casa. Dopo poche settimane, quando ebbe conosciuto le stanze pi segrete dell'antico castello e fu informata di ogni cosa riguardante il maniero dal maggiordomo, ottenne ufficialmente l'incarico: Barbabl le disse che un urgente impegno lo chiamava a Parigi e, varcata la porta del castello, si inoltr nella campagna che gi profumava e fioriva dello splendore d'inizio primavera.
Libera di organizzare ogni cosa, Isabella errava per il castello. Sebbene si facessero vedere raramente, i sudditi del conte erano bene istruiti e lei veniva perci servita e riverita con cura; una volta impartiti gli ordini quotidiani al maggiordomo, le restava ben poco da fare.
Si trov cos a percorrere la lunga galleria e a osservare gli arazzi appesi che, muovendosi lievi al soffio del vento, parevano animati.
Rappresentavano violente scene di caccia che lei non aveva mai visto. Tutti i cacciatori erano scuri, barbuti come il marito e come i ritratti di quel famoso pittore pazzo delle sue terre, Zev Montn, che fin da piccola l'aveva ossessionata con i suoi dipinti inquietanti di un dio feroce e dalla barba irta e puntuta, che gli uomini vanamente invocavano affinch li perdonasse dei loro peccati.
Alcuni dei personaggi ritratti in quella tenebrosa galleria d'arte non erano del tutto uomini ma creature ibride con corna e zoccoli di capra.
In altri dipinti, donne dalla pelle bianca cavalcavano nude attraverso prati fioriti macchiati di sangue. Dovunque saltellavano conigli trafitti da frecce; un cervo giaceva ai loro piedi, insanguinato. Gli uccelli galleggiavano privi di vita in stagni cremisi.
Isabella entr in un'altra stanza e trov le medesime scene sulle volte del soffitto: una razza di uomini scuri assisteva al misfatto che si svolgeva sopra la sua testa.
Con le labbra serrate per il disgusto, la donna cess di esplorare il castello ed esamin i magazzini e le altre camere di cui aveva le chiavi.
Quando ebbe provato tutte le chiavi, tranne quella d'oro, non indugi: dopotutto era la padrona della casa. Ripercorse la galleria degli arazzi fino alla porta che si trovava in un anfratto. Mise la chiave nella toppa e spinse la porta per aprire la camera del consorte.
La stanza era senza finestre, buia ma persino in quella luce nera i suoi terribili abitanti erano visibili.
Erano appesi al soffitto, come stanchi burattini, i piedi penzoloni, le gole lacerate.
Alcuni avevano gli occhi che la fissavano ciecamente, altri erano ridotti a macabri scheletri.
Erano donne, minute come lei, e tutte indossavano l'abito bianco da sposa. Il pavimento era sporco di chiazze di sangue raggrumato.
A Isabella caddero a terra le chiavi; prontamente le raccolse e richiuse quella stanza dei delitti. Il marito le cui carezze l'avevano conquistata era un assassino e ora lei era prigioniera nel suo castello e tra i suoi sudditi. Anche se fosse fuggita, egli l'avrebbe sicuramente raggiunta.
Isabella fece quanto le era possibile: nascose il mazzo di chiavi, chiam il maggiordomo e gli disse di sellare il cavallo. Poi cavalc nella campagna finch non trov un contadino intento a lavorare la terra.
Gli chiese se era un uomo del conte e quando quello scosse la testa in segno di assenso, gli diede l'oro e il cavallo e gli ordin: Vai a Parigi, alla casa del mercante d'acqua sul ponte di Notre Dame. D agli uomini che troverai l che la vita di Isabella dipende dal loro aiuto.
Dopo aver seguito con gli occhi il contadino che si allontanava, ritorn a piedi al castello, dicendo al maggiordomo che era stata sbalzata da cavallo. Egli mand degli uomini a cercare l'animale.
Rimasta sola in camera, Isabella prese le chiavi dal nascondiglio per esaminarle attentamente: l'impugnatura della chiave d'oro era macchiata di sangue. Terrorizzata, la sciacqu nella bacinella prima di attaccarla all'anello della cintura.
Il maggiordomo ritorn e le disse che i suoi uomini non erano riusciti a trovare il cavallo; poi lanci un'occhiata alle chiavi e guard la principessa con un perfido sorriso sulle labbra. C' una macchia sulla chiave d'oro, signora le disse, prima di inchinarsi e uscire.
Era vero: Isabella lav nuovamente la chiave e la strofin con le ceneri del camino; poi la ripose in una cassa ricoperta di lino.
Dopo pochi minuti, riapr la cassa: la macchia era ricomparsa e la chiave era ancora insanguinata: sul lino che l'avvolgeva spuntavano infatti macchie color cremisi.
Isabella ripose la chiave nel suo scrigno. Il giorno seguente di tanto in tanto la puliva e poi la riponeva. Questa, come sempre, rimaneva insanguinata, macchiando anche le gemme scintillanti dello scrigno.
Per tutto il mese Isabella cerc di mantenere una calma esteriore mentre, in privato, lavava con cura la chiave dorata sperando che non sanguinasse pi.
Silenziosamente, invoc i nomi dei fratelli. Chi poteva sapere se il contadino li aveva raggiunti?
Barbabl ritorn. Fece stridere la porta d'ingresso e chiam la moglie. Ella lo raggiunse accompagnata dal tintinnio delle chiavi. Non poteva fare altro: sapeva di non poter nascondersi da nessuna parte: lui l'avrebbe sempre trovata. Il conte l'abbracci, e le chiese della chiave d'oro.
"Non  qui disse Isabella, cercando di non tradirsi con il tremore della voce.
Un'espressione d'infinita tristezza riemp il volto del marito. Prese la mano di lei e, attraversato il salone, la condusse nella camera al piano superiore. Isabella gli lasci la mano e apr lo scrigno dei suoi gioielli, consegnandogli la chiave ancora insanguinata.
Barbabl attravers la lunga galleria degli uomini oscuri, trascinando con s la moglie, che sembrava un animale in gabbia. Apr infine la porta della camera delle sue spose e disse: L'incantesimo  fatto, giovane moglie, e nessuno pu cambiarlo. Io devo uccidere le spose mortali e se l'omicidio viene scoperto, devo uccidere colui che ha visto. La chiave d'oro  il guardiano dell'incantesimo.
Chi, chi ha lanciato l'incantesimo? chiese in lacrime Isabella.
Gli antichi rispose Barbabl, e non aggiunse altro.
Isabella replic: I miei fratelli verranno a salvarmi, conte.
Egli scosse la testa. Devi indossare l'abito nuziale, Isabella, poich sei diventata la sposa della morte.
Verranno a salvarmi ripet e romperanno l'incantesimo.
La giovane si volt e usc dalla stanza. Dalla sua finestra scrut i prati ma non vide uomini a cavallo. Fremente di attesa, si slacci le altre chiavi dalla cintura, si sciolse il soggolo da padrona di casa e, con i capelli sciolti come una sposa, si tolse le vesti e indoss l'abito nuziale che aveva vestito il giorno in cui aveva lasciato la casa paterna. Poi rimase alla finestra e attese.
Comparve il maggiordomo. Il mio padrone vi vuole in galleria le disse.
Dite al vostro padrone che i miei fratelli stanno arrivando. Il maggiordomo fece un sorriso enigmatico.
I passi del conte risuonarono negli immensi saloni del castello. La sua ombra si allung nella stanza.
Vieni, Isabella disse. Non perdere tempo.
Lei rimase come pietrificata alla finestra. Lui le si avvicin e gett la chiave insanguinata sul davanzale della finestra. Cominci a respirare affannosamente. Due uomini a cavallo stavano percorrendo i campi circostanti. Egli chiuse la porta e impart ordini, ma era troppo tardi: le porte del maniero erano aperte e indifese.
Barbabl affront i fratelli di Isabella nel cortile, ma non ebbe scampo: lanci un urlo terrificante quando essi lo trafissero con la spada. Isabella corse nel cortile del castello e salt sul cavallo del fratello maggiore. Mentre veloce lasciava quel luogo spaventoso, vide che del marito restava solo una macchia insanguinata sul pavimento lastricato.
Barbabl era una delle peggiori creature costrette da un incantesimo a vivere tra gli uomini. Nessuno era in grado di dire perch dovesse soffrire quel terribile incantesimo nel suo castello sepolcro.
Di lui si poteva solo dire che era un uomo trasformato in un predatore, un morto vivente che allontanava le sue vittime dal resto del mondo per circuirle nel suo abbraccio mortale.
L'incantesimo che lo aveva reso potente fu rotto soltanto dalla sua morte, causata da persone talmente valorose da riuscire a sconfiggerlo: dalla stessa Isabella, presa nella trappola ma cos risoluta da non abbandonare la speranza, e dai suoi fratelli che, nella loro dedizione verso la sorella, corsero in suo aiuto e la liberarono.
In quei tempi, la morte sempre incombeva sugli uomini.
Le epidemie seminavano panico e distruzione nei villaggi e le citt erano in preda all'anarchia, mentre la popolazione moriva tra grandi dolori.
I medici di allora conoscevano pochi rimedi oltre alle purghe e ai salassi; eseguivano gli interventi chirurgici senza l'ausilio di oppiacei, tappandosi le orecchie per non sentire le urla dei pazienti.
Le battaglie erano affari per macellai, poich le spade che i guerrieri usavano erano in grado di dividere un uomo dalla spalla all'inguine. Gli uomini feriti in battaglia potevano poi essere sventrati dai nemici. Solo poche persone morivano di vecchiaia.
L'onnipresenza della morte e il timore dell'aldil suscitavano un terribile fascino negli uomini e nelle donne di quell'epoca. I sacerdoti leggevano brani di testi sacri in cui la morte era un elemento ricorrente; i poeti la citavano incessantemente; i pittori la descrivevano con dettagli raccapriccianti; gli scultori realizzavano statue dei defunti, che mostravano come sarebbero stati nella tomba: putrefatti, rosicchiati dai topi e infestati da vermi.
Tutto questo serviva per rappresentare l'orrore della morte corporale e per sollecitare la cura dell'anima.
Tuttavia, mentre paura e rassegnazione prevalevano tra i pi, le minacce della Grande Mietitrice suscitavano in taluni altre reazioni. Durante i periodi di pestilenza, quando tutto il mondo sembrava morire, alcune persone affrontavano il fato con un piacere sfrenato e alquanto strano.
Dipingevano affreschi di uomini e donne accoppiati al loro scheletro che volteggiando danzavano la Danza della Morte. Talvolta il loro divertimento si spingeva oltre: i cortigiani, per esempio, si travestivano da morti e indossavano maschere funebri.
Altre volte ancora, per trarre sollievo, gli uomini consideravano la morte sotto un altro punto di vista: raccontando storie di sfide alla morte stessa.
Alcune morti, dicevano, erano provocate da incantesimi che allettavano gli uomini a entrare lentamente nel regno dell'oscurit, fuori dalla luce calda del mondo.
Nella mancata esecuzione dell'incantesimo vi era la speranza da parte dell'uomo di poter affrontare il destino.
Uno di questi racconti narra la storia di un cavaliere francese che tornava a casa dalla guerra.
Rugoso e vecchio, vestito di un'arrugginita cotta di ferro e un mantello stracciato, cavalcava lentamente, oltrepassando villaggi bruciati e devastati, campi insanguinati diretto in regioni pi sicure.
Dopo alcuni giorni il sentiero lo port in una foresta. Non conosceva il luogo ma, affidandosi al cavallo, segu la pista fino a una radura in cui si ergeva un palazzo; qui la bestia si ferm.
Il luogo non era stato colpito dalla guerra ma il cavaliere percep qualcosa di strano. L'edificio era bello ed era impreziosito da una torre padronale che probabilmente apparteneva a un nobile, dal momento che era situata al centro di un piccolo parco.
Il giardino per non era curato: l'erba arrivava alle ginocchia, le aiole erano infestate da erbacce e le fontane erano asciutte.
Delle case le porte erano aperte e niente si muoveva tranne alcune mosche nere che ronzavano intorno a un mucchio di fieno. Era uno spettacolo alquanto sconfortante ma il giorno stava finendo e il vecchio guerriero aveva bisogno di un rifugio.
Scese da cavallo, condusse il suo destriero attraverso il patio incolto e lo leg all'arco d'ingresso.
L'animale chin la testa e cominci a mangiare avidamente il fieno. L'uomo invece si inoltr in un piccolo cortile lastricato, facendo rimbombare i suoi passi sulle pietre e lanciando un saluto a una figura che gli si stava avvicinando a piccoli passi.
Una vecchietta vestita di nero si trascinava lentamente,
annuendo e mormorando tra s. Lo tir per la manica e lo spinse dentro, sussurrando per tutto il tempo parole incomprensibili.
Sembrava una pazza, ma quando lo lasci alla porta di una piccola camera, gli disse abbastanza chiaramente: Non bere vino, non dormire, non spogliarti in questo mondo. Forse, pens il cavaliere,  proprio matta.
La stanza era fredda e spoglia: vicino a un lungo tavolo di legno di quercia sedeva un uomo con i capelli d'argento. Era alto, di bella presenza, ma curvo e malato. La voce gli tremava.
Voi siete qui per l'avventura gli disse.
Il cavaliere sospir poich era stato per lungo tempo in guerra e ne aveva abbastanza di avventure; aveva solo voglia di coricarsi. Ma non poteva rifiutare una sfida.
Quale avventura, signore? domand.
Dovete salvare la mia discendenza replic il padrone di casa. Le mie figlie sono vittime di un incantesimo. Ogni notte scompaiono e non si sa dove vadano, e ogni mattina ritornano con i vestiti stracciati. Ogni giorno si avvicinano sempre pi alla morte e la mia casa  destinata a morire con loro, come potete vedere, finch non trover la chiave che le render libere. L'avventura consiste nello scoprire dove esse vadano e chiudere la porta del misterioso mondo che hanno aperto.
Nessuno le ha mai seguite?.
Tre giovani hanno provato, ma tutti hanno fallito. Per questo li ho uccisi.
Se dei giovani non ci sono riusciti,  una follia per un uomo vecchio come me affrontare questa impresa osserv il cavaliere.
Vi rifiutate?.
Accetto.
Il nobile fece un cenno e chiam qualcuno. Immediatamente ricomparve la vecchia vestita di nero che condusse il cavaliere per il polveroso corridoio, attraverso stanze vuote con le imposte chiuse e lungo una ripida scala fino al dormitorio delle figlie.
Era una stanza ampia e con un alto soffitto, ricca di oggetti e di donne. Sei enormi letti con cortine nascondevano un muro; cassette e sgabelli giacevano a casaccio nella camera.
Sparsi dappertutto, sulle cassette, sui letti, sugli sgabelli e sul pavimento vi erano orpelli femminili: camicie di seta, corsetti di lino da legare alla vita, retine dorate per capelli e veli per coprirli, giri di perle e collane d'argento, tuniche di damasco ricamato e di broccato. Le scarpe erano dovunque: pantofole di morbida pelle rosse e blu impreziosite da scintillanti gioielli. Pur essendo raffinate, le scarpe erano sporche e rotte.
Addormentate sui davanzali delle finestre, sui letti o sugli sgabelli, vi erano le proprietarie dei vestiti. Il cavaliere ne cont dodici.
Dovevano essere giovani e belle, egli suppose, ma il loro letargo, la loro esile figura, il pallore e la trasparenza della carnagione le facevano rassomigliare a un gruppo di fantasmi.
Una di loro si svegli quando lui si schiar la gola. Anche le altre sorelle si svegliarono e subito si allarmarono per la presenza dell'uomo, sebbene non ne fossero proprio sorprese.
Lo fissarono con occhi spenti, mentre la prima gli offriva un bagno e vestiti puliti, come era consuetudine per un ospite. Quando rifiut, le sorelle si consultarono tra loro.
Preoccupato, il cavaliere si lasci condurre dove stava un giaciglio nascosto da una tenda. La fanciulla lo lasci l solo per un momento, poi riapparve con una coppa d'argento piena di vino.
Quando il cavaliere scosse la testa in segno di rifiuto, un colore febbrile accese il bianco volto della giovane. Con voce turbata mormor: Dovete bere.
Fra un momento rispose. Quando andr a dormire.
Ella si volt per un attimo e il cavaliere ne approfitt per vuotare il vino sotto la tunica, dove gocciol lungo la sua pelle. Poi si avvolse in un mantello, si coric e chiuse gli occhi.
Steso sul giaciglio, il cavaliere ascolt per pi di un'ora i rumori che provenivano da dietro la tenda: il fruscio dei tessuti, il tintinnio dei gioielli e l'interrotto brusio delle donne.
Di tanto in tanto udiva dei passi vicino a lui; teneva gli occhi chiusi e gli osservatori se ne andavano.
Povero cavaliere, che beve il vino che lo far morire disse qualcuno distante. Si sent un battito di mani; con passo cadenzato dei piedi le sorelle attraversarono la stanza, e le loro voci si fecero sempre pi lontane. Quando i rumori sparirono, il cavaliere osserv la scena dal suo rifugio.
Una grande porta era aperta ai piedi del letto centrale. Anche ora, la porta iniziava a aprirsi verso il basso. Il vecchio cavaliere varc la soglia e scese di sotto.
La porta si chiuse senza cardini sulla sua testa.
Il cavaliere si ferm al buio in cima a una scala a chiocciola di pietra. Dal basso giungeva l'eco di una risata. Con prudenza, scendendo un gradino alla volta e girandosi, il cavaliere si avvicinava a quel suono.
A mano a mano che avanzava, tastando il muro, la scala diventava sempre pi luminosa, finch la sua struttura si deline nettamente. Diede un'occhiata al muro, e gli si rizzarono i capelli quando si accorse che non poteva pi vedere la sua mano.
Guard in basso: tutto il suo corpo era diventato invisibile.
Deciso a proseguire, il cavaliere scroll le spalle e riprese la discesa. A giudicare dal peso della porta che si era richiusa alle spalle, non poteva tornare indietro.
Le scale conducevano in un mondo sotterraneo e surreale. Di fronte a lui intrichi di alberi brillavano come stelle; oltre i boschi, uno scintillante specchio d'acqua rifletteva la luce di una luna impossibile; al centro di quel lago sorgeva un'Isola con un palazzo. Tra gli alberi si muovevano le donne che aveva seguito.
Esse non davano segno di averlo visto avvicinarsi, ed egli procedette silenziosamente tra loro, meravigliato.
Le sorelle avevano perso il pallore e la magrezza. Gli occhi erano ora brillanti e le guance rosate; i loro corpi avevano abbandonato la spigolosa inedia per assumere le morbide forme di giovani donne sane.
Era come se avessero vissuto da sempre solo in quel luogo. Chiacchierando e ridendo, passeggiavano lungo la riva del lago, ora solcato da una fila di piccole imbarcazioni dall'alta prua.
Perplesso alla vista di questo spettacolo e incapace di vedere i suoi piedi, il cavaliere inciamp su uno strascico. La sua proprietaria si volt, guardando con i suoi grandi occhi il luogo in cui l'invisibile cavaliere si trovava. La fanciulla bisbigli qualcosa alla sorella ma costei si mise a ridere e la tranquillizz. Guardando indietro, il cavaliere si ferm presso un albero per seguire l'evolversi degli eventi. Il fusto era freddo e, dopo aver esaminato le foglie e le mele, realizz che erano ghiacciate, morte. Raccolse una mela; le fanciulle si voltarono quando videro il ramo spezzato ma nessuna delle donne sembrava averlo visto.
Le piccole imbarcazioni, guidate da uomini alti avvolti in mantelli neri, giunsero a riva; ciascuna portava una delle donne sull'altra sponda del lago.
Il cavaliere and con loro e si rannicchi nella poppa dell'ultima barca. Sebbene il comandante si lamentasse per il peso insolito, l'imbarcazione raggiunse l'isola con sicurezza e approd sulla riva rischiarata dalla luce che proveniva dal misterioso palazzo.
Il luogo era una dimora di morte. L'interno del salone era illuminato da una luce scura e dappertutto si sentiva una strana musica, ma nessun musicista sembrava eseguirla.
I timonieri delle dame si tolsero i mantelli: avevano la carnagione livida e le orecchie appuntite. Erano dei morti.
Trascinarono le donne in una danza, volteggiando e facendo splendere le ossa dei loro scheletri.
Danzarono cos per ore. Come tanti manichini, le donne attaccate alle braccia dei loro cavalieri avevano gli occhi che brillavano ed emettevano risate stridule.
Per tutta la serata, il cavaliere appiattito a una parete guard non visto. Quando i morti trascinarono i cadenti corpi fuori della sala, il cavaliere li segu, portando con s una coppa d'argento, ricordo del viaggio.
La compagnia ritorn presso il lago; nel boschetto incantato le donne incedevano con passo incerto, seguite dal cavaliere. Dietro di loro, alcune voci risuonavano attraverso l'acqua, per poi scomparire non appena erano vicine alla scala di pietra. Su dicevano dolcemente le voci. Su, su.
Quando il gruppo ebbe raggiunto la sommit, una delle sorelle batt le mani. La porta si apr e, una per volta, le donne rientrarono nel loro mondo. Anche il vecchio cavaliere entr per ultimo e, non appena varc la soglia, gli riapparvero le mani e i piedi. Vivo, con indosso i suoi vestiti, torn nel suo mondo.
All'apparizione del cavaliere, le sorelle rabbrividirono vedendo dove si trovava e con il loro corpo fecero scudo all'ingresso del mondo sotterraneo.
Egli le ricacci indietro e con mano forte spinse gi la porta. La stanza trem quando essa si richiuse.
Un uomo vivo sigilla la porta per sempre egli disse.  una cosa folle, signore mie, essere innamorate della morte.
Gett per terra la mela e la coppa d'argento che aveva raccolto. Entrambe si sgretolarono e si ridussero in polvere sul pavimento.
Aveva vinto. La porta dell'oltretomba, da cui le sorelle erano state sedotte e dove le loro vite declinavano notte dopo notte, era chiusa per sempre.
La salute era loro ritornata e anche la vita al palazzo.
Ricompensato dal padre con terre e oro, il cavaliere spos la maggiore delle sorelle e il matrimonio fu prolifico: una vera vittoria sulla morte.
Gli autori della fiaba non dissero mai come venne aperta la porta dell'oltretomba e quale incantesimo avesse colpito le fanciulle.
Essi raccontarono soltanto che la porta era stata chiusa da un cavaliere errante, non un giovane e impavido nobile, ma un veterano segnato dalle battaglie che, nonostante l'et e la stanchezza, aveva avuto il coraggio di affrontare l'incantesimo e l'intelligenza di sottrarsi ai tranelli e alle malie.
Il racconto del cavaliere non era l'unico. A quanto pare, alla fine la parte migliore dell'uomo era sufficiente per sconfiggere la magia e ritornare dalle tenebre.
Probabilmente, l'arma pi efficace era la cortesia, come dimostra un racconto del ciclo di re Art.
La storia inizia con una sfida allo stesso Art. Accadde che durante la caccia al cervo il re lasci i suoi sudditi per inseguire un cervo.
Attraversando i boschi, Art segu la preda, addentrandosi nel profondo di una silenziosa radura, in cui imponenti alberi impedivano di vedere e sentire i compagni. Colp il cervo con una sola freccia.
In quel momento, usc fuori dalle tenebre del bosco uno straniero, un cavaliere armato di tutto punto.
Benvenuto disse ad Art. Questo bosco  di mia propriet. Voi l'avete violato e ora la vostra vita  perduta.
Impassibile, re Art esamin in silenzio lo straniero per alcuni minuti. Poi disse: Come vi chiamate, cavaliere?.
Sono il Figlio del Giorno d'Estate.
Allora lasciatemi dire, signore, che voi siete armato e io no. Se voi mi uccidete nelle condizioni in cui sono, anche il vostro onore morir. Voglio concludere un affare con voi. In cambio della mia vita, vi conceder qualunque cosa vogliate.
Molto bene, sire disse il cavaliere. Allora, ecco le mie condizioni. Ora ci lasceremo. Voi ritornerete qui disarmato solo in questo giorno del dodicesimo mese, recando la risposta a questa domanda: Che cos che le donne desiderano? Se non siete in grado di rispondere, allora perderete la vita. Detto questo lo straniero scomparve tra gli alberi senza aggiungere altro.
Art riflett su quell'incontro. La sua vita dipendeva da un indovinello licenzioso, posto da un essere che era certamente di un altro mondo.
Tuttavia, non fu l'unico misterioso incontro di quella giornata. Quando ebbe finito con il cervo e segnalato dove si trovava ai suoi cacciatori, si allontan dal bosco e fu ancora una volta avvicinato da una creatura.
Apparve una donna, che sembrava fuoruscita dai vapori della terra: indossava una veste di seta e cavalcava un bel destriero, ma la sua figura era cos raccapricciante che il cuore di Art si contrasse dalla piet. Era tozza come una botte e piena di porri. I denti storti uscivano dalla vasta voragine della bocca e una materia gialla incrostava gli occhi rossi.
Signora, buon giorno disse il re.
Dio vi benedica, sire ribatt prontamente quella. Io sono
Madame Ragnell. Ho la risposta all'indovinello del Figlio del Giorno d'Estate. Solo io la possiedo. La mia parola pu salvarvi la vita e dietro ricompensa ve la dir.
Che cosa desiderate?.
Che se io vi do la saggezza, voi mi diate il cavaliere Galvano come marito.
Questo era assurdo. Galvano era uno dei pi importanti guerrieri di Art, ineguagliabile per coraggio e cortesia, insuperabile in battaglia e in grazia a corte.
Non era l'uomo che potesse legarsi a una strega, disse Art con tutta la gentilezza di cui era capace.
Madame Ragnell scroll le cadenti spalle: Persino un gufo ha una compagna e io ho scelto per me Galvano. Quando il tempo della vostra sfida sar prossimo, io verr da voi, a corte, per sentire la vostra risposta. Gir bruscamente il cavallo e, in un istante, scomparve.
Nei diversi mesi successivi, Art non disse nulla del bizzarro incontro nella foresta. Quando si avvicin il tempo della prova, gli fu chiaro che avrebbe realmente perso la vita e allora raccont al suo consiglio privato l'intera questione. I consiglieri la considerarono un macabro divertimento, pensando alla sciocchezza dell'indovinello, a Galvano accoppiato con una strega. Galvano stesso per li zitt.
Sposer la strega disse. Niente avrebbe potuto dissuaderlo.
Ignor le risate dei compagni e, alle proteste del re, rispose che pochi matrimoni erano felici e quello era preferibile alla morte del suo re.
Il giorno dell'incontro si avvicinava. Madame Ragnell apparve a corte, come aveva promesso. Fu ricevuta con disprezzo dai cortigiani e con cortesia da Galvano.
Costui non indietreggi quando la megera tocc le maniche della sua veste con le mani nodose; poi la condusse dal re, adeguando il suo lungo passo all'andatura insicura di lei.
Quando l'ebbe lasciata al cospetto di Art, uno dei suoi compagni cavalieri sput in terra e disse schifato: Quella  una creatura orribile, Galvano.
Non devi parlare in questo modo di lei rispose gentilmente Galvano. Dopo quell'affermazione, nessuno dei sudditi di Art os parlare male di Madame Ragnell.
Che risposta Art diede all'indovinello, nessuno lo seppe. Comunque era quella giusta: il re torn illeso dall'incontro con il Figlio del Giorno d'Estate. L'affare era concluso.
Ora il prezzo era pagato. Nel grande salone a Carlisle, sir Galvano port con s Madame Ragnell, la quale arrancava lentamente accanto a lui, mormorando, tirando su con il naso e ridacchiando tra s.
Davanti ai cortigiani, scambi con lei la promessa di matrimonio e non diede alcun segno che la donna non fosse di suo gradimento, sia allora che durante i festeggiamenti che seguirono, durante i quali la megera si portava il cibo alla bocca con le lunghe unghie sporche e lo inghiottiva rumorosamente.
Apparentemente incurante di ci, Galvano durante il banchetto parlava gentilmente con la moglie e divideva con lei il calice unto di carne.
Per la maggior parte del tempo, la strega lo ascoltava in silenzio, intenta a mangiare. Alla fine si appoggi alla panca, con il viso rosso e unto. Guardando il tavolo della corte di Art, disse con voce incerta: Per tua fortuna, Galvano, io sono
una donna bellissima, poich tu hai dimostrato buona volont.
Fece una risatina rauca. Galvano per, sempre cortese, sorrise solamente. Poi si alz e aiut Madame Ragnell a fare altrettanto.
Diede il suo braccio alla megera e la condusse nella camera nuziale.
Quando furono nuovamente soli, ella guard sospettosa il suo giovane marito e disse: Dovete rispettare la promessa. Dormire con voi  mio diritto e io ve lo chiedo.
Signora, io sono un vero marito. E le diede le spalle per togliersi la spada.
Quando Galvano torn a voltarsi, la megera era scomparsa. Accanto al letto vi era una donna, esile come un fuscello. Una nuvola di capelli neri le incorniciava il dolce viso di fanciulla e i suoi occhi neri brillavano.
Il cavaliere fece cadere la spada e si inchin a terra. Chi siete? sussurr.
La splendida fanciulla rispose ridendo: Vostra moglie naturalmente, Galvano. Mentre il cavaliere la fissava, prosegu: Sono vittima di un incantesimo e le condizioni della magia dipendono da voi. Potete vedermi sotto questo aspetto quando siamo soli e come una strega quando c' qualcuno. Oppure posso apparire bellissima agli occhi della corte e brutta dinanzi a voi. Scegliete, dunque, marito.
Perbacco, signora disse Galvano questa  una scelta difficile. Io posso perdere l'onore agli occhi della corte o il piacere dell'amore.
Dovete decidere replic Madame Ragnell.
Il giovane marito riflett un momento e poi scosse la testa. Mia cara, fate come desiderate, do a voi la scelta e il mio cuore.
Madame Ragnell lo abbracci e disse: Avete risposto giustamente secondo quanto aveva previsto l'incantesimo che mi ha colpito. Il mio destino era di vivere come una strega finch il pi grande cavaliere di Bretagna non mi avesse sposato e mi avesse dato la libert di scelta. Sono una vera donna, Galvano, e questo sar il mio corpo per sempre.
Poi soffi sulla candela e il buio avvolse quella stanza d'amore.
Quando venne il mattino e il sole illumin la camera, Galvano si chin per ammirare la moglie; lei apr gli occhi e gli sorrise.
L'indovinello che il Figlio del Giorno d'Estate fece al re le chiese qual era?.
Egli domand ad Art che cosa desiderano di pi le donne.
E qual  la risposta?.
Il dominio sugli uomini disse Madame Ragnell con un sorriso.
La donna visse con Galvano per cinque anni e gli diede un solo figlio, Gingalin, che divenne un guerriero forte come il padre. La bellezza della moglie non svan mai ma, come i bambini delle razze antiche non potevano sopravvivere a lungo tra i mortali, cos ella mori molto giovane. Galvano la pianse per tutta la vita.
La lealt del cavaliere al re e la sua stessa innata cortesia liberarono la moglie di Galvano dall'incantesimo. Una volta tali racconti erano comuni.
Come uomini e donne appresero dopo molto tempo, esistevano molte efficaci difese contro gli incantesimi e i sortilegi dell'et pi antica.
Quelle armi erano il coraggio, la forza e
l'amore, che da sempre risiedono nel cuore
umano.

UN AMORE OSTACOLATO.

Era famoso il valore dei Fianna, quelle bande di guerrieri che servivano come guardiani dell'Irlanda magica. Tra i Fianna, nessuno era cos nobile di cuore come Diarmuid, figlio di Donn. Coraggioso e prode in battaglia, era anche un raffinato cantore. Cos allegro e generoso di carattere che gli scrittori antichi dicevano che tutte le donne lo amavano. E non soltanto donne mortali: Diarmuid infatti era il campione di molte principesse del Side. Le storie delle sue avventure tra quelle antichi stirpi narrano di incantesimi infranti e di successive tragedie - i mortali partecipavano spesso agli eventi magici - e tali racconti sono molto tristi.
Un tempo per esempio accadde che, sebbene la gentilezza di Diarmuid gli avesse procurato il pi bello dei piaceri, la sua natura umana gli imped di mantenerlo a lungo. Tutto inizi d'inverno, quando la neve ricopriva le colline irlandesi.
Durante i giorni pi freddi, gli uomini del Fianna cacciavano cervi in campagna; di notte invece si raccoglievano in piccoli capanni disseminati nelle foreste.
Una notte, dopo che gli uomini si erano avvolti nei lunghi mantelli e sdraiati vicino alla brace per dormire, la porta della capanna improvvisamente si apr con un rumore talmente forte da scuotere i muri, lasciando entrare una raffica di neve. Gli uomini si alzarono per prendere subito i coltelli ai loro piedi. Anche in
tempo di pace questi guerrieri erano in stato di allerta come gatti.
Nessun nemico tuttavia li minacciava. Presso la porta aperta apparve una mendicante. Era una megera con i vestiti stracciati. Aveva i capelli sporchi e unti e un volto butterato. Un fetido odore di sporco e di escrementi proveniva dalle sue vesti.
Chiedeva piangendo un rifugio.
Il capo degli uomini, di nome Finn, scoppi a ridere e gett a terra l'arma. In segno di disgusto, tir a s il mantello e si volt, sebbene tra gli irlandesi ogni straniero, non importava quanto misero, fosse protetto dalle leggi dell'ospitalit. Il figlio di Finn fece altrettanto e cos i suoi compagni.
Solo Diarmuid esit. Vedendo ci, la strega raddoppi i suoi striduli lamenti. Alla fine egli disse: Entrate madre,  diritto dell'ospite il focolare.
Tienila dalla tua parte del fuoco, allora disse Finn, ma non fece altri commenti. Diarmuid rimosse il suo mantello, avvolse la donna e giacque accanto a lei presso il fuoco.
Gli uomini bisbigliavano e qualcuno faceva delle risatine ma la vecchia donna rimaneva tranquilla. Dopo poco tempo, la compagnia si addorment, e non si ud pi alcun rumore nella stanza fumosa tranne il respiro degli uomini e l'occasionale crepitare del fuoco.
I guerrieri si risvegliarono al profumo dei fiori. Accanto a Diarmuid c'era una splendida donna e non pi una brutta strega. Rosea per il sonno, ella si stir e guard gli uomini mentre i raggi del sole sembravano raccogliersi nelle sue chiome e brillare nei suoi occhi.
Finn si alz lentamente e disse: Perbacco, signora, come siete giunta qui?.
La donna sorrise. Sono una donna del Side, condannata dai miei nemici a vagare come una strega finch la carit di un uomo non mi avesse liberata e diede la mano a Diarmuid.
Trasformata dalla gentilezza del guerriero Diarmuid, la fata lo volle come compagno del cuore e impar cos ad amarlo.
Ci che avvenne dopo fu magico. La donna prese a cantare nella lingua della sua razza, e al suo canto la neve si scioglieva e gli alberi diventavano verdi. Una fortezza emerse sul fianco della collina dove i Fianna cacciavano, le sue mura grigie si levavano silenziosamente dall'erba. Non appena apparirono le mura, allora ombre e solide forme di splendidi levrieri e cavalli dalle briglie dorate, di bardi, arpisti e servitori, cominciarono a muoversi all'interno come cose animate.
Era un palazzo destinato a Diarmuid, creato con le arti magiche della fanciulla. Incantato, egli la segu all'interno, lasciando i compagni del Fianna. Egli visse in quel palazzo con la gentildonna per molti mesi e quello fu per lui il periodo pi felice della sua vita.
Egli tuttavia distrusse la sua felicit: rivolgendo aspre parole alla sua amata, la perse per sempre. La fanciulla non poteva infatti parlare dei lunghi anni trascorsi a errare nel vento e nelle intemperie sotto le sembianze di strega, evitata da ogni essere vivente, e preg Diarmuid di non far cenno a quel periodo perch le avrebbe arrecato dolore. Egli le promise che non lo avrebbe fatto. In un momento di collera per, come succede in ogni coppia, ebbe occasione di dirle bruscamente: Se ti ricordassi l'aspetto che avevi, una strega smarrita a cui diedi riparo dal freddo, non ti arrabbieresti cos con me.
La fanciulla divent pallida e subito l'uomo si rammaric per le aspre parole con cui l'aveva apostrofata. Nelle settimane che seguirono per gliele ripet ancora. Alla terza volta, lei lo lasci. Aspett che si fosse addormentato, poi, piangendo, usc dalla fortezza e fugg nella morbida e vellutata campagna. Dietro a lei il raffinato castello iniziava a sgretolarsi.
Non appena Diarmuid si svegli, si trov sdraiato sulla nuda e fredda terra. La sua fortezza era scomparsa e la signora del Side era
andata via. Emettendo un forte lamento il guerriero si alz, si arm e part alla ricerca della sua bella. Come la maggior parte dei Fianna, era un eccellente segugio, perci non gli occorse molto per trovare il sentiero percorso dalla donna.
Si incammin, cercando segni del passaggio di lei e per tre volte si imbatt in gioielli, che in realt erano lacrime del colore del sangue scivolate dalle guance della donna a causa delle sue parole crudeli. Egli avvolse i gioielli in un tela bianca e li mise sotto la tunica.
Si diresse poi a occidente, fino al mare che si increspava per la leggera brezza. Sul greto di ciottoli stava una barca, una piccola ma raffinata chiatta con la prua incurvata, degna di un principe. Il timoniere a bordo dell'imbarcazione gli fece cenno di salire. Attratto dall'avventura, Diarmuid obbed.
La chiatta solcava velocemente il mare con Diarmuid seduto a prua, spruzzato dalle onde che si infrangevano sullo scafo. L'acqua aveva in superficie il colore blu dell'oceano pi profondo, ma sul fondo si schiariva e diventava brillante come un gioiello. Sotto il mare, il cavaliere intravide un paesaggio. Praterie e foreste luccicavano sotto l'ombra della barca. Si ergevano montagne, un castello svettava su una collina e intorno a esso si muovevano esili figure. Vicino, sulle rive di un fresco e chiaro fiume, una vecchia raccoglieva giunchi.
La chiatta sprofond sott'acqua e attravers questo paesaggio, portando Diarmuid in fondo al mare.
Con un sussulto, la piccola imbarcazione si arrest vicino alla raccoglitrice di giunchi e il silenzioso timoniere lasci l Diarmuid.
La vecchia disse al guerriero ci che voleva sapere: gli rivel che quello era il regno sottomarino di Diarmuid.
I giunchi che ella doveva raccogliere erano destinati ad alleviare le pene della principessa,
che giaceva moribonda nel castello sulla collina, indebolita dall'incantesimo che l'aveva fatta errare per sette anni e per la crudelt dell'uomo che l'aveva liberata dalla stessa magia.
La raccoglitrice guid Diarmuid al castello e alla camera della torre dove giaceva ammalata la principessa.
Il cavaliere si tolse le armi quando la vide. Cap che lei era il suo unico vero amore, che aveva finalmente ritrovato. Ella gli sorrise dolcemente e disse con voce debolissima: Ogni volta che penso a te in viaggio per cercarmi, Diarmuid, una goccia di sangue cade dal mio cuore.
Con mani tremanti, Diarmuid mostr alla principessa i tre gioielli cremisi che aveva raccolto lungo la strada.
Ella annu e disse: Quelle gocce mi ridaranno la vita. Devo per scioglierle in una coppa d'oro che appartiene al re di Magh an Ionganaidh, il luogo che i comuni mortali chiamano la Pianura delle Meraviglie, a occidente. Quel paese  delimitato da un fiume dove il vento e l'acqua vanno in senso contrario. Tu non puoi navigarlo, Diarmuid, n nuotarvi e, anche se potessi, moriresti, perch nessun uomo  mai riuscito a prendere la coppa dal re.
Diarmuid era comunque deciso a non perdere l'amata. Io trover la coppa per voi, cuore mio replic fermamente. Poi la lasci.
Viaggi verso ovest da solo e dopo due giorni raggiunse il fiume che segnava il confine di Magh an Ionganaidh. Le acque sembravano davvero essere animate di vita propria: fluttuavano verso sud, poi, allo sguardo attento di Diarmuid, la corrente rifluiva a monte con una bianca esplosione di bolle e schiuma; il vento pizzicava le onde e le risucchiava nell'aria in vortici scintillanti.
Uno straniero si ergeva impassibile su una roccia in mezzo a questo tumulto: era un uomo
alto, magro come possono esserlo solo alcuni elfi. Era vestito e avvolto in un mantello rosso; anche la sua pelle aveva un colore rossastro e i suoi occhi rilucevano come fiamme.
Tu devi essere Diarmuid, figlio di Donn disse, e la sua voce acuta e limpida risuon chiaramente sovrastando il rombo delle acque.
Sono io replic Diarmuid. Vorrei andare a Magh an Ionganaidh.
Sei un uomo coraggioso comment l'elfo, e gli fece un radioso sorriso. Conosco il tuo incarico, Diarmuid, e posso portarti attraverso queste acque, ma devo avvertirti che i mortali si ammalano nella Pianura delle Meraviglie.
Sono pronto.
Con una sola mossa, l'elfo balz avanti, diventando esile come un ricciolo di fumo. La mano gherm come un viticcio la caviglia di Diarmuid. Poi, senza difficolt, come se sollevasse un neonato, pose il guerriero irlandese sulle spalle e gli fece attraversare le acque vorticose.
Infine l'elfo mise Diarmuid sulla riva e disse: Vai avanti, viaggiatore, e buona fortuna. Prima che Diarmuid potesse pronunciare parole di ringraziamento o fare domande, l'elfo scomparve. Si ud tuttavia la sua voce risuonare ancora nell'aria: Posso seguirti, Diarmuid. So che vai per salvare una vita, ma non posso ancora aiutarti. Cos Diarmuid prosegu il cammino nella Pianura delle Meraviglie e quella notte si trov di fronte alla fortezza del re. La porta era sprangata e le alte mura dominavano la pianura. Egli gett indietro la testa e url una sfida: Voglio la coppa magica del re o i guerrieri che la difendono!.
Come risposta arrivarono i guerrieri: irruppero attraverso la porta come un branco, urlando grida di guerra, brandendo lance e dirigendosi contro Diarmuid. Con le pietre, il cavaliere attacc l'avanguardia; con la spada, contrast i
sopravvissuti. Combatt con la furia che contraddistingueva la sua razza e alla fine si ritrov da solo sulla pianura, circondato da uno scenario lamentoso di morte e uomini agonizzanti. Diarmuid pul la lama della spada nell'erba e la rimise nel fodero. Poi la porta della fortezza lentamente si apr. Un vecchio era sotto la volta e fissava seriamente Diarmuid. Teneva in mano una coppa d'oro, ornata di gioielli simili a stelle che brillavano alla luce rosseggiante del tramonto. Chi  colui che uccide i miei uomini migliori? disse il vecchio.
Sono Diarmuid, figlio di Donn e uomo dei Fianna d'Irlanda.
Allora ho gi sentito il tuo nome. Si profetizzava l'uccisione dei miei guerrieri pi valorosi. Dunque che cosa vuoi?.
La coppa guaritrice che hai in mano rispose Diarmuid. Avanzando, il vecchio re gli porse la coppa e si volt, scomparendo nella fortezza. Le porte si richiusero dietro di lui. Senza guardare i corpi dei nemici, Diarmuid part.
Vicino al fiume che delimitava Magh an Ionganaidh, l'elfo lo aspettava, come se potesse indicargli la strada. Bene, Diarmuid gli disse sembra proprio che tu sia determinato a ridare la vita alla tua signora.
 cos, e non sarai tu a fermarmi replic Diarmuid.
Oh, non desidero affatto ostacolare il tuo compito disse l'elfo. Voglio darti i mezzi per guarirla e aiutarti nella tua impresa. Sappi per che guarendola la perderai.
Perch?.
Perch la sua razza non pu vivere tra i mortali. Pensa al male che le hai gi fatto. Vuoi guarirla solo per rivolgerle di nuovo parole crudeli?.
Diarmuid chin la testa, annuendo. Segu poi la strada che imboccava la sua singolare guida. L'elfo lo condusse a una piccola fonte e gli ordin di riempire la coppa con l'acqua.
Falle bere tre sorsi gli disse l'elfo. Prima di ogni sorso, fai cadere nella coppa un gioiello del sangue del cuore. Quando avr bevuto, guarir. Tu per non l'amerai pi, e quando ti guarder, anche lei lo capir. Quando avrai finito questa impresa, lasciaci e ritorna nel tuo mondo.
Gli occhi di Diarmuid si riempirono di lacrime ma il cavaliere prosegu il cammino lungo la riva del fiume e attraverso i campi del mondo sottomarino fino alla torre dove lo attendeva la donna. Il volto di lei si illumin non appena lo vide, e il cuore di Diarmuid si spezz davanti a tanta bellezza e dolcezza. Le mise davanti la coppa che aveva recuperato e vers nell'acqua uno dei gioielli di sangue.
Bevi, mio cuore le disse, e la guard mentre beveva. Altre due sorsate, poi, quando ebbe svuotato la coppa, un delicato colore rosato le tinse le guance. La fanciulla guard Diarmuid. Nell'espressione del suo bel viso, il cavaliere del Fianna vide riflesso ci che lei ora vedeva: un mortale, armato come un guerriero e un poco rozzo, che la fissava con indifferenza.
Proprio come aveva predetto l'elfo, l'amore scomparve dal suo cuore.
Gli disse con freddezza: Sembra che ci lascerete. La sua voce rivelava il tipico distacco delle fate. S,  vero signora, dobbiamo separarci replic Diarmuid, e chiuse gli occhi, lasciando scivolare una lacrima.
La fata annu e fece l'atto di avvicinarsi alla finestra. Dal cielo di quel mondo vibrante dei riflessi dell'acqua, una barca galleggiava verso le colline del regno sottomarino. L'imbarcazione e il suo silenzioso timoniere erano giunti per portare a casa il cavaliere. Diarmuid non vide mai pi la donna, sebbene navigasse molte volte su quel mare. Anche quando, con il tempo, cess di amarla, non dimentic mai quanta intensit e passione avesse provato per lei, in un mondo che non poteva essere il suo.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Si ringraziano le persone e istituzioni di seguito elencate per la loro collaborazione nella preparazione di questo volume: Ancilla Antonini, Scala, Firenze; Francois Avril, direttore del Dpartement des Nanuscrits, Bibliothque Nationale, Paris; Laure Beaumont, direttore del Cabinet des Estampes, Bibliothque nationale, Paris; Clark Evans, Rare Book and Special Collections, Division, Library of Congress, Washington D.C.; Marielise Qpel, Archiv fr Kunst und Qeschichte, Berlin; Julian Hartnoll,
London; Elizabeth H.Hawkes, codirettore del Delaware Art Museum, Wilmington, Delaware; Christine Hofmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Munich; Ann Hughey, Potomac, Maryland; Norbert Humburg, Museum of Hameln, Hameln, Germany; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlin; Waltraud von Kries, Westflisches Landesmuseum fr Kunst und Kulturgeschichte, Mnster; Kunsthistorisches Institut der Universitt, Bonn; Ivan Loskoutoff, Courbevoie,
France; Bernd Meier, Kunstbibliothek, Berlin; Christine Poulson, London; Beatrice Premoli, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma; Luisa Ricciarini, Milano; Justin Schiller, new York City; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C.; Tessa Sidey, vice conservatrice del Birmingham Museum and Art Gallery, Birmingham, England; Clara Young, conservatrice dei Beni Artistici del Dundee Art Galleries and Museums, Dundee, Scotland.
...
FINE.